Vai al contenuto

Confezionava abiti low cost sfruttando gli operai: commissariata l’azienda “Piazza Italia”

Pubblicato: 03/02/2026 09:48

Un sistema produttivo costruito sul lavoro nero, su turni massacranti e su compensi incompatibili con qualsiasi standard di legalità. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta della Procura di Prato che ha portato il marchio Piazza Italia sotto amministrazione giudiziaria per un anno. Una decisione senza precedenti in Toscana, che segna un passaggio rilevante nella lotta allo sfruttamento dei lavoratori all’interno del distretto tessile pratese.
Leggi anche: Made in Italy, lavoratori sfruttati: dopo Dior, coinvolti altri nomi famosissimi

L’amministrazione giudiziaria e il precedente toscano

Il provvedimento è stato richiesto dalla Procura guidata da Luca Tescaroli e accolto dal tribunale di Firenze, con un collegio presieduto dalla giudice Silvia Cipriani. La decisione apre una strada nuova: anche le procure circondariali possono ora chiedere misure di prevenzione di questo tipo. Piazza Italia, azienda con sede a Nola e una rete di oltre 240 negozi in Italia e all’estero, diventa così il primo caso toscano di amministrazione giudiziaria legato a un’indagine sullo sfruttamento nella filiera della moda.

La ditta cinese di Prato e il lavoro a cottimo

Al centro dell’inchiesta c’è una azienda cinese di Prato che, dal 2022, avrebbe lavorato quasi esclusivamente per il marchio napoletano. Dopo la chiusura della Infinity Design nel settembre 2024, l’attività sarebbe proseguita sotto il nome di Chic Girl srl, riconducibile alla stessa famiglia. Qui, secondo gli accertamenti, i lavoratori venivano impiegati sette giorni su sette, per 12-13 ore consecutive, con una retribuzione inferiore ai 4 euro l’ora.

Durante un controllo ordinario sono stati trovati 5 lavoratori su 15 completamente in nero: tre cittadini cinesi, uno senegalese e uno originario del Mali, tre dei quali anche senza permesso di soggiorno. Le testimonianze raccolte parlano di una paga fissa di 35 euro al giorno, senza ferie, senza malattia e con pause ridotte a pochi minuti.

I numeri dello sfruttamento e i margini di guadagno

Le indagini hanno consentito di ricostruire nel dettaglio i ritmi produttivi. Da documenti sequestrati vicino a una postazione da stiro emerge che venivano lavorati ogni giorno circa 818 capi, pagati tra 13 e 22 centesimi ciascuno. Gli ordini commissionati variavano da 800 a 9 mila capi, fino a un massimo di 16 mila pezzi, con tempi di consegna compresi tra 12 e 20 giorni.

Il compenso riconosciuto alla ditta cinese oscillava tra 4,30 e 8 euro, mentre il prezzo di vendita al dettaglio risultava quadruplicato. Secondo i giudici, questo meccanismo ha garantito a Piazza Italia margini di guadagno fino al 300 per cento, possibili solo grazie a un abbattimento sistematico del costo del lavoro.

Il “sistema” Piazza Italia e le responsabilità

Nelle motivazioni del provvedimento, i giudici parlano apertamente di un “sistema Piazza Italia” fondato su continue esternalizzazioni verso imprese incapaci, per struttura e mezzi, di sostenere legalmente quei volumi produttivi. Le commesse arrivavano via mail, senza contratti formali, mentre i tessuti venivano consegnati direttamente dai corrieri.

Secondo quanto emerso, i referenti del marchio si presentavano talvolta in azienda senza preavviso, ma esclusivamente per controlli sulla qualità dei capi, non sulle condizioni di lavoro. Non sono stati trovati verbali di audit né verifiche sulla filiera. Una mancanza di vigilanza che, per il tribunale, equivale a una totale indifferenza verso il rispetto delle regole.

Le reazioni e il nodo del distretto pratese

In una nota, Piazza Italia ha dichiarato il proprio impegno contro ogni forma di sfruttamento e la volontà di rafforzare i controlli lungo la filiera produttiva. Ma sul territorio il caso riaccende il dibattito sul distretto tessile di Prato, da anni al centro di inchieste analoghe.

Per i sindacati, la misura rappresenta un segnale importante. «Prato deve diventare un laboratorio di sperimentazione contro lo sfruttamento lavorativo», sottolineano Loris Mainardi e Juri Meneghetti della Filctem Cgil, indicando nell’amministrazione giudiziaria uno strumento decisivo per colpire non solo le aziende irregolari, ma anche i grandi marchi che alimentano il sistema.

Un’inchiesta che va oltre un singolo caso e che mette sotto accusa un modello produttivo fondato sulla compressione dei diritti, aprendo una nuova fase nel contrasto allo sfruttamento nella filiera della moda.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Ultimo Aggiornamento: 03/02/2026 09:49

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure