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Migranti, Human Rights Watch accusa l’Italia: “Approccio troppo repressivo”

Pubblicato: 04/02/2026 10:36

Il nuovo rapporto 2025 di Human Rights Watch riporta l’Italia al centro del dibattito internazionale sulle politiche di immigrazione e sicurezza. L’organizzazione non governativa, tra le più influenti a livello globale nella difesa dei diritti umani, dedica ampio spazio all’azione del governo italiano, formulando accuse severe che chiamano in causa il controllo delle frontiere, la gestione dei rimpatri e l’operato delle forze dell’ordine. Un giudizio che si inserisce in una cornice già nota e che riprende, quasi integralmente, le critiche avanzate da numerose Ong attive nel Mediterraneo.

Secondo il rapporto, l’Italia avrebbe adottato un approccio definito repressivo, arrivando a detenere in Albania persone in attesa di rimpatrio e a ostacolare le operazioni umanitarie di soccorso in mare. Accuse che, per la loro portata, assumono un peso politico rilevante, trattandosi di una valutazione rivolta direttamente all’azione di un esecutivo nazionale.
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Le politiche migratorie sotto accusa

Nel documento di Human Rights Watch, le scelte italiane in materia di contrasto all’immigrazione irregolare vengono presentate come una violazione sistematica dei diritti fondamentali. L’organizzazione contesta l’impostazione generale delle misure adottate, descrivendole come orientate più alla deterrenza che alla tutela delle persone.

Nel rapporto, tuttavia, viene trascurato un elemento centrale del quadro normativo attuale: la legittimazione europea delle nuove politiche attraverso il patto Ue sulle migrazioni, che ha modificato in modo sostanziale il contesto giuridico precedente. Un aspetto che, secondo i critici del documento, avrebbe meritato almeno una contestualizzazione, soprattutto alla luce delle difficoltà riscontrate nel passato nel gestire flussi migratori crescenti con strumenti considerati ormai inadeguati.

Il nodo Ecri e la profilazione razziale

Un altro capitolo sensibile del rapporto riguarda le presunte discriminazioni. Human Rights Watch richiama le raccomandazioni formulate a maggio dall’Ecri, sottolineando la dura reazione del governo italiano alla richiesta di uno studio indipendente sulla profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine.

Su questo punto, viene spesso generata confusione. L’Ecri, pur includendo nel nome il riferimento alla “Commissione europea”, non è un organo dell’Unione europea, ma una struttura del Consiglio d’Europa, organismo distinto che non produce atti vincolanti ma esprime valutazioni politiche. Inoltre, per la redazione dei suoi rapporti, l’Ecri affianca ai dati istituzionali le testimonianze di sindacati, associazioni di categoria e soprattutto Ong locali, molte delle quali apertamente critiche nei confronti dell’esecutivo. Un metodo che, inevitabilmente, orienta la lettura dei fenomeni in una direzione politica ben definita.

Zone rosse e sicurezza urbana

Nel capitolo dedicato a discriminazione e intolleranza, Human Rights Watch inserisce anche i controlli effettuati nelle cosiddette zone rosse urbane, istituite per rafforzare la sicurezza delle città. Il rapporto evidenzia come, nei primi sette mesi dell’anno, una percentuale significativa delle persone fermate e successivamente allontanate fosse di nazionalità straniera, a fronte di una presenza pari al 9% della popolazione residente.

Questi numeri vengono interpretati dall’organizzazione come un indizio di pratiche discriminatorie. Tuttavia, una lettura completa delle stesse statistiche mostra che la maggioranza dei controlli ha riguardato cittadini italiani e che, nel caso degli stranieri sottoposti a verifica, i provvedimenti sono stati adottati prevalentemente in presenza di elementi concreti. Un dato che suggerisce una selezione mirata dei soggetti da controllare, più che un’azione casuale basata sulla nazionalità.

Tra diritti e sicurezza, una narrazione contesa

Il punto di frizione principale tra il rapporto di Human Rights Watch e la posizione del governo italiano risiede nella lettura dei dati. L’organizzazione insiste sul concetto di bias razziale, mentre viene messa in secondo piano la profilazione criminale, basata sull’esperienza operativa delle forze dell’ordine e sull’analisi dei reati in specifici contesti urbani.

In alcune tipologie di criminalità e in determinate aree, la sovrarappresentazione di cittadini stranieri è un dato statistico che incide sulle strategie di prevenzione. Ignorarlo, secondo i sostenitori delle politiche di sicurezza, significherebbe rinunciare a strumenti essenziali per il controllo del territorio. È su questo crinale, tra tutela dei diritti umani e sicurezza urbana, che si gioca il confronto più acceso.

Il rapporto 2025 di Human Rights Watch riapre dunque un dibattito già profondo e polarizzato, nel quale i numeri, il contesto normativo e le interpretazioni politiche diventano elementi decisivi per definire il confine tra discriminazione e legittima azione dello Stato.

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