Vai al contenuto

Vannacci rompe gli argini ed esulta per i primi sondaggi. Chi c’è dietro (e a chi conviene)

Pubblicato: 04/02/2026 07:49

Roma. La rottura tra Vannacci e la Lega non è solo un litigio personale, ma l’apertura di una faglia politica che potrebbe ridisegnare l’asse della destra italiana. L’ex generale ha scelto di uscire dal Carroccio e battezzare Futuro nazionale, convinto che il suo nome basti a costruire consenso in un’epoca di leadership personalistiche. A legittimarlo, almeno sul piano simbolico, c’è l’investitura di Mario Borghezio: un ex leghista che vede in lui il possibile capo dell’intera destra, “come De Gaulle”. Non è casuale che lo stesso Vannacci citi il generale francese, avendo vissuto a Parigi da giovane e coltivando un’ambizione che va ben oltre il piccolo partito identitario. Intanto i primi numeri arrivano: YouTrend gli attribuisce un potenziale 4,2 per cento, sottratto soprattutto a Fratelli d’Italia e poi alla Lega, segno che il suo bacino è interno al centrodestra.
Leggi anche: Bruxelles apre 6 nuove procedure di infrazione contro l’Italia, metà legate all’ambiente: conto salato da pagare
Leggi anche: Vannacci dovrà cambiare nome al suo partito? Il marchio “Futuro nazionale” è stato registrato nel 2011 da un ex eletto del M5s
Leggi anche: “Fino alla morte dalla sua parte”. Vannacci, anche la famosa della tv lo sostiene: incredibile!

La sua creatura è ancora un cantiere. Il centro studi Rinascimento nazionale, guidato dal massone Luca Sforzini, ha sede in un castello nel Piemonte meridionale che viene presentato come “una nuova Pontida”: un’ora da Milano, Torino, Genova e Piacenza, dunque baricentrico e carico di valore identitario. Sul piano europeo, dopo l’espulsione dai Patrioti, le opzioni sono due: finire tra i non iscritti o trovare casa nell’ultradestra tedesca dell’Afd nel gruppo “Europa delle nazioni sovrane”. I rapporti sono già cordiali e Vannacci scherza dicendo che non parlerà con “The Left” e che gli piacerebbe sedere accanto a Ilaria Salis e Mimmo Lucano. Dietro la battuta c’è però una scelta politica chiara: prendere l’Afd come modello.
Leggi anche: “Razzisti e spietati coi migranti!”. Accuse gravissime all’Italia: governo Meloni sotto tiro

Un partito in costruzione

Ad accompagnarlo subito ci sono i fedelissimi: Massimiliano Simoni in Toscana e Stefano Valdegamberi in Veneto, entrambi eletti con la Lega e pronti a seguirlo. In Parlamento potrebbero schierarsi con lui Edoardo Ziello, probabilmente Emanuele Pozzolo e forse Domenico Furgiuele e Rossano Sasso, ancora incerti ma tentati da una scelta “valoriale”. L’associazione Mondo al contrario, incubatrice del progetto, ha già convocato un’assemblea straordinaria per il 16 febbraio, mentre il suo presidente Guido Giacometti ha scritto agli iscritti invitandoli a scegliere con “disciplina, senso del dovere e capacità di fare squadra”. Il successo della raccolta firme sulla proposta Remigrazione e Riconquista, arrivata a quasi centomila adesioni, ha convinto Vannacci che esista uno spazio politico reale per la sua linea, tanto che prepara un terzo libro proprio su questo tema.

Sul fronte delle alleanze, lo scenario è meno lineare di quanto sembri. Nei mesi scorsi Casapound aveva attaccato duramente Vannacci con striscioni e polemiche, ma oggi sotto la bandiera remigratoria si intravede una possibile convergenza con Casapound e Rete dei patrioti, attratte anche dalle capacità di marketing e finanziamento di queste reti. Non tutti però lo seguono: Francesco Giubilei lo definisce “traditore” e annuncia una diffida perché il simbolo di Futuro nazionale sarebbe troppo simile a Nazione Futura. Inoltre il nome stesso del partito è contestato: Futuro nazionale è un marchio registrato nel 2011 dall’ex M5S Riccardo Mercante, oggi scomparso, e il nodo finirà in tribunale.

Chi tira i fili e chi esulta

Il secondo fronte decisivo è quello dei sondaggi e delle regie politiche. Matteo Salvini minimizza: secondo lui Vannacci vale “80 mila voti” da solo, mentre i consensi ottenuti alle europee sarebbero merito della Lega. Di tutt’altro parere è Matteo Renzi, che vede nella nascita del nuovo soggetto la prima vera grana per Giorgia Meloni e un potenziale assist al campo largo se la sinistra riuscirà a stare unita. Dentro Fratelli d’Italia ostentano calma: dicono che le elezioni sono lontane e che i “like non sono voti”. Livio Gigliuto (Istituto Piepoli) stima il nuovo partito sotto il 2 per cento per ora, perché “senza struttura territoriale non si cresce”. Antonio Noto invece lo colloca in una forbice tra il 2,5 e il 4,5 per cento. Numeri che già fanno discutere di una possibile soglia di sbarramento al 4 per cento, con effetti anche su Carlo Calenda e Azione. C’è persino chi ipotizza una candidatura di Vannacci alle comunali di Roma o Milano per testarne il peso elettorale.

Qui entra in gioco il capitolo più delicato: chi c’è dietro. La Stampa ipotizza una strategia dettata da Bannon, ex consigliere di Trump e architetto della destra sovranista globale. Il tramite italiano sarebbe Giulio Curatella, dirigente di Mondo al contrario, che dice di essere in contatto con Harnwell, interlocutore di Bannon, e auspica un viaggio di Vannacci negli Stati Uniti. Non è un dettaglio: l’avvicinamento all’Afd e l’adesione a temi come la fine del sostegno all’Ucraina e l’“implosione” dell’Unione europea richiamano da vicino l’agenda del trumpismo e del progetto “Project 25” della Heritage Foundation, con cui anche la scuola di Trisulti dialoga. In questa cornice Vannacci potrebbe diventare l’apostolo del trumpismo in Italia.

C’è però un punto politico che va oltre le congetture sulle regie straniere. Anche ammettendo che Vannacci non sia eterodiretto da nessuno, la nascita di Futuro nazionale produce un effetto oggettivo: indebolisce la coesione del centrodestra e, soprattutto, indebolisce l’asse atlantico ed europeo dell’Italia. Su questo terreno il nuovo partito fa inevitabilmente molto piacere a Putin. Un soggetto che guarda all’Afd, chiede lo stop al sostegno a Kiev e immagina un’Unione europea in frantumi, coincide perfettamente con gli interessi strategici di Mosca, al di là delle intenzioni personali dei suoi promotori. È questo il vero nodo che Giorgia Meloni dovrà affrontare: non solo una spina interna, ma un tassello di un conflitto geopolitico più ampio che attraversa l’Europa.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Ultimo Aggiornamento: 07/02/2026 17:57

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure