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Serbia tra Europa e deriva illiberale: giustizia sotto pressione, proteste civiche e il bivio decisivo per Belgrado

Pubblicato: 05/02/2026 19:18

Le riforme dell’ordinamento giudiziario approvate dall’Assemblea nazionale serba rappresentano molto più di un intervento tecnico sul funzionamento di tribunali e procure. Esse costituiscono una prova di credibilità europea per un Paese che da anni si proclama candidato convinto all’adesione all’Unione, ma che nei fatti continua a oscillare tra integrazione formale e concentrazione del potere. Non è un caso che la Commissione europea abbia parlato apertamente di rischio di “significativo passo indietro”. Nel diritto europeo, l’indipendenza della magistratura non è un optional né una questione interna: è uno dei pilastri dello Stato di diritto, prerequisito per la fiducia reciproca tra ordinamenti e per il funzionamento del mercato unico. Le modalità con cui le riforme sono state concepite e approvate – procedure accelerate, assenza di consultazioni pubbliche, marginalizzazione delle istituzioni indipendenti – entrano in rotta di collisione con gli standard europei, come più volte ribadito anche dalla Commissione di Venezia. Il paradosso è evidente: mentre Belgrado istituisce un “team operativo” per accelerare il percorso europeo, approva contestualmente norme che rafforzano il controllo politico su procure e giudici. È una contraddizione che Bruxelles non può ignorare, perché l’esperienza di Polonia e Ungheria ha dimostrato quanto sia costoso, politicamente e giuridicamente, tollerare derive illiberali all’interno dello spazio europeo.

Società civile e università: il termometro democratico

Se il piano istituzionale mostra segnali di regressione, quello sociale racconta una storia diversa. Il movimento studentesco, capace di mobilitare centinaia di migliaia di cittadini in poche ore, è oggi uno dei principali vettori di domanda democratica in Serbia. La richiesta di elezioni anticipate, la partecipazione diffusa, la capacità di radicamento territoriale indicano una società civile tutt’altro che apatica. La risposta del potere, tuttavia, è stata prevalentemente difensiva e spesso repressiva. L’episodio di Ćacilend – l’accampamento dei “lealisti” nel cuore di Belgrado – è emblematico: un uso simbolico dello spazio pubblico per mostrare forza, più che per governare il dissenso. La sua rimozione, avvenuta solo sotto pressione internazionale, non cancella il segnale politico lanciato nei mesi precedenti. Ancora più preoccupanti sono le pressioni sull’università e sui docenti che hanno sostenuto le proteste studentesche. L’intervento della polizia negli atenei, i licenziamenti amministrativi, la rimozione di dirigenti scolastici solidali con le mobilitazioni pongono un problema serio di autonomia accademica. In una prospettiva liberale e progressista, l’università non è un corpo separato, ma un presidio democratico: colpirla significa indebolire il futuro istituzionale del Paese. La proiezione del film “Presedan”, che documenta episodi di violenza di polizia, ha avuto un impatto simbolico forte proprio perché ha reso visibile ciò che spesso resta sommerso. Senza verità e responsabilità, non può esserci riconciliazione democratica né credibile avvicinamento all’UE.

Economia, investimenti e Stato di diritto

Il caso Generalštab offre una chiave di lettura ulteriore, questa volta sul piano economico e della finanza pubblica. Il ritiro di un grande investitore internazionale non è mai un evento isolato: riflette un clima di incertezza giuridica e di scarsa fiducia nelle istituzioni. Le accuse di corruzione, le interferenze politiche nelle decisioni amministrative, l’uso disinvolto della grazia presidenziale come strumento politico sono segnali che allontanano investimenti di qualità. Dal punto di vista di un Paese che aspira all’UE, il messaggio è chiaro: senza Stato di diritto non c’è sviluppo sostenibile. Non basta attrarre capitali, occorre garantire regole certe, tutela dei beni culturali, trasparenza nelle procedure. La retorica che oppone proteste civiche e crescita economica è miope: sono proprio le istituzioni indipendenti a creare le condizioni per uno sviluppo duraturo. Per l’Europa, la Serbia resta un Paese strategico nei Balcani occidentali. Ma l’allargamento non può essere ridotto a una concessione geopolitica. Deve restare un processo trasformativo, fondato su riforme reali, verificabili e irreversibili. Per Belgrado, il bivio è ormai evidente: proseguire sulla strada dell’ambiguità, oppure scegliere con decisione il modello europeo di democrazia liberale. Le proteste studentesche indicano che una parte significativa della società ha già fatto la sua scelta. Ora tocca alle istituzioni dimostrare di essere all’altezza.

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