
Iran e Stati Uniti si preparano a incontrarsi oggi in Oman, nel tentativo di verificare se esistano margini per un rilancio della diplomazia sul programma nucleare iraniano e su altri dossier regionali. Washington, pur aprendo al dialogo, continua a non escludere il ricorso alla forza militare, mantenendo alta la pressione su Teheran.
I colloqui, confermati ufficialmente da entrambe le parti, rappresentano il primo contatto diretto di questo livello dopo che gli Stati Uniti si sono uniti alla guerra di Israele contro l’Iran nel giugno 2025, colpendo anche siti nucleari iraniani. A guidare le delegazioni nel sultanato del Golfo, da sempre mediatore discreto tra i due Paesi, saranno l’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi.
Arrivato ieri in Oman, Araghchi ha dichiarato di avere la «responsabilità di non perdere alcuna opportunità di usare la diplomazia» per preservare la pace, auspicando che gli Stati Uniti partecipino ai colloqui con «responsabilità, realismo e serietà». Le trattative si svolgono però in un clima di forte tensione regionale, segnato da settimane di escalation verbale e militare.

Washington ha infatti rafforzato la propria presenza militare in Medio Oriente dispiegando un gruppo di portaerei, dopo la repressione di un movimento di protesta in Iran all’inizio di gennaio. Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, la repressione avrebbe causato migliaia di vittime. «Stanno negoziando», ha dichiarato ieri Donald Trump, aggiungendo che Teheran «non vuole essere colpita» mentre una grande flotta americana si dirige verso la regione.
Negli ultimi giorni, la retorica del presidente statunitense si è concentrata soprattutto sul contenimento del nucleare iraniano, che l’Occidente teme possa sfociare nello sviluppo di una bomba atomica. Il vicepresidente JD Vance ha ribadito che Trump «manterrà aperte tutte le opzioni», privilegiando soluzioni non militari, ma senza escludere un intervento armato qualora ritenuto inevitabile.
Con la minaccia militare ancora sul tavolo, gli Stati Uniti hanno schierato un gruppo navale guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, mentre Teheran ha risposto avvertendo che colpirà le basi americane nella regione in caso di attacco. «Siamo pronti a difenderci», ha dichiarato il generale Mohammad Akraminia, sostenendo che l’Iran ha un accesso «facile» agli obiettivi statunitensi.
Nel frattempo, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno sequestrato due petroliere con equipaggi stranieri nelle acque del Golfo Persico, accusandole di contrabbando di carburante. Secondo l’agenzia Tasnim, non è stato chiarito sotto quali bandiere navigassero le navi né la nazionalità degli equipaggi, aumentando ulteriormente la tensione sul traffico energetico.

Sul piano diplomatico internazionale, crescono gli appelli alla moderazione. Da Doha, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha invitato Teheran a «entrare seriamente nei colloqui», esprimendo il timore di una escalation militare. Anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha sottolineato che, almeno per ora, le parti sembrano voler lasciare spazio alla diplomazia, ribadendo che il conflitto «non è la soluzione».
A rafforzare il quadro geopolitico interviene anche la Cina. A Pechino, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha incontrato il collega cinese Liu Bin, che ha riaffermato il sostegno di Pechino al «diritto dell’Iran al nucleare civile». La Cina ha ribadito la necessità di una soluzione politica e diplomatica duratura, ricordando che Teheran ha più volte dichiarato di non voler sviluppare armi nucleari.


