
Certe notizie arrivano piano, ma poi ti stringono lo stomaco. Perché non parlano solo di una persona, ma di un modo di guardare il Paese: con rispetto, con coraggio, senza fare sconti. E quando quella voce si spegne, sembra che un pezzo di memoria collettiva scivoli via. In queste ore il mondo dell’informazione e della televisione pubblica si ritrova a fare i conti con un’assenza che sa di fine epoca.
Un nome che per molti non è stato “di copertina”, ma che dentro la Rai ha lasciato un’impronta profonda, fatta di storie, persone, e realtà spesso ignorate. È morto a 98 anni, tra gli ultimi protagonisti della stagione pionieristica del giornalismo televisivo italiano. Nato nel 1927 a Costantinopoli, l’attuale Istanbul, ha attraversato decenni di trasformazioni raccontando l’Italia con una sensibilità rara.

Dal microfono alla tv: la scelta che gli cambia la vita
All’inizio c’è la radio: nei primi anni Cinquanta Gigi Marsico debutta come attore nei radiodrammi. Poi la svolta: lascia la recitazione e imbocca la strada del giornalismo. Diventa professionista nel 1955 e al Giornale Radio firma documentari e reportage che mettono al centro i volti comuni.

Il passaggio alla televisione arriva su chiamata di Enzo Biagi, allora direttore del Telegiornale. In quel periodo si consolida anche un legame speciale con Piero Angela, conosciuto a Torino nel 1947: li unisce la passione per il jazz, uno al pianoforte e l’altro alla chitarra.

La figura di Gigi Marsico viene ricordata in queste ore anche da più testate nazionali, che sottolineano il suo ruolo nel portare in tv un racconto sociale allora quasi assente. Tra i riferimenti, anche le ricostruzioni pubblicate da ANSA sulla sua carriera e sul suo contributo al servizio pubblico.
Nel 1968 viene inviato al Festival di Sanremo e lo guarda con occhi diversi: non solo spettacolo, ma termometro di costume e società. Il suo vero baricentro, però, resta spesso il Nord-Ovest e soprattutto Torino, città del boom industriale e delle sue ferite.
Marsico porta in Rai temi scomodi e, per l’epoca, quasi impronunciabili: il lavoro precario degli immigrati meridionali, la condizione dei minori detenuti, le storie di prostitute e omosessuali negli anni Settanta. Era il suo modo di inseguire le vite invisibili, quelle che non avevano spazio.
E proprio quel taglio, oggi, suona ancora attuale: raccontare la Storia “dal basso”, andando nei luoghi dove nessuno guarda e ascoltando prima di spiegare. Una lezione che sembra appartenere a un’altra stagione della tv, eppure parla chiarissimo anche adesso.
Tra i lavori simbolo c’è “Voci dal mondo dei vinti”, reportage realizzato nel 1981. Inizialmente non va in onda. Trova spazio l’anno dopo nel settimanale del Tg3, confermando l’attenzione di quella testata per territori, periferie e aree interne.
Dentro quel racconto c’erano già temi che oggi tornano come un’onda: spopolamento, marginalità, distanza dalle scelte politiche. Con la scomparsa di Marsico, se ne va uno degli ultimi testimoni di una Rai che voleva raccontare l’Italia intera, comprese le sue ombre.
Il suo lascito resta nell’idea di un giornalismo civile capace di stare accanto alle persone senza trasformarle in “casi”. E forse è questo, più di tutto, che rende questo addio così difficile da archiviare in poche righe.


