
C’è qualcosa di irresistibilmente italiano — e insieme profondamente comico — nella nuova parabola parlamentare di Vannacci. L’ex generale, che si era presentato come il tribuno della coerenza granitica e dell’ordine senza sfumature, è approdato ieri a Montecitorio con il passo felpato di un vecchio notabile democristiano: pugno sul petto, sorriso rassicurante e una fiducia concessa con la stessa leggerezza con cui si prometteva un sottosegretariato in cambio di un voto.
Sulla carta la scena è semplice: il Parlamento discute del decreto sugli aiuti all’Ucraina, tema che dovrebbe dividere con nettezza tra chi sostiene Kyiv e chi preferisce l’equidistanza. In realtà il leader di Futuro nazionale ha inventato una terza via, degna di un manuale di contorsionismo politico: vota la fiducia al governo — quindi sostiene formalmente la linea italiana e occidentale — ma annuncia già che sul merito del provvedimento voterà contro. Un capolavoro di ambiguità, il classico “sto con voi, però non troppo”.
Il paradosso è che proprio chi si era costruito un’immagine muscolare, anti-palazzo e anti-compromesso, ha finito per incarnare la versione più scolastica del trasformismo romano. Niente baionette, niente proclami, niente assalti retorici: solo la vecchia arte di stare dentro e fuori allo stesso tempo, tenere il piede in due scarpe e il microfono in tutte le direzioni.
Così, mentre l’Europa discute di guerra e pace e l’Italia cerca di mantenere una linea credibile con gli alleati, il nostro generale ha preferito rifugiarsi in una zona grigia che farebbe impallidire i maestri della Prima Repubblica. Non è un atto di coraggio né di realismo: è pura tattica, e pure un po’ vintage. Chi l’avrebbe detto che sotto la mimetica batteva il cuore di un democristiano?


