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I sondaggi sul Donbass, le garanzie Usa e 800 miliardi di aiuti: perché Zelensky si trova di fronte una scelta impossibile

Pubblicato: 12/02/2026 09:18

Ucraina, a Kiev circola da settimane un dato che non avrebbe dovuto diventare pubblico. Un sondaggio riservato del gruppo Sunflower Sociology, commissionato a fine dicembre per ambienti politici della capitale, fotografa un Paese stremato ma tutt’altro che disposto ad accettare qualsiasi condizione pur di fermare la guerra. È su questo terreno fragile che si muove oggi Volodymyr Zelensky, stretto tra la pressione internazionale e il rischio di una frattura interna.

Il nodo Donetsk e le pressioni internazionali

Secondo quanto filtra da Kiev, l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump avrebbe chiesto all’Ucraina di accettare la perdita della parte ancora controllata del Donetsk entro la tarda primavera, in linea con le richieste di Vladimir Putin, in cambio di un impegno verbale a fermare l’aggressione.

In caso di rifiuto, sul tavolo ci sarebbe la minaccia di un ridimensionamento o di un abbandono delle garanzie di sicurezza negoziate finora in vista di un cessate il fuoco. Per Zelensky si tratta di una scelta quasi impraticabile in entrambe le direzioni: accettare significherebbe violare la Costituzione e compromettere la propria legittimità politica; respingere la proposta metterebbe a rischio il sostegno americano e un ipotetico piano di rilancio da 800 miliardi di dollari.

Cosa pensano gli ucraini

Il sondaggio mostra una fotografia netta: solo il 22,8% degli intervistati sarebbe favorevole alla cessione del resto del Donetsk in cambio di un accordo; il 54,1% si dichiara contrario, in larga parte in modo deciso. Il restante blocco di indecisi rappresenta l’ago della bilancia.

È proprio su quest’area grigia che Mosca sembra esercitare la massima pressione. Migliaia di attacchi aerei contro città e infrastrutture, un’impennata delle vittime civili e la distruzione sistematica di impianti energetici e idrici durante i mesi più freddi hanno alimentato quella che in Ucraina viene definita la strategia del “genocidio dell’inverno”: logorare la resistenza della popolazione per spingerla a preferire una tregua anche a costo di concessioni territoriali. I sondaggi in tempo di guerra, tuttavia, restano volatili. La pressione può piegare, ma può anche irrigidire.

Gli aiuti Usa e il fattore tempo

Un elemento centrale del dilemma è la trasformazione del sostegno americano. La Casa Bianca di Joe Biden garantiva a Kiev circa 50 miliardi di dollari l’anno. Con l’arrivo di Trump, quel flusso è stato azzerato. Il nuovo schema, basato anche sulla vendita di armi americane agli europei per l’Ucraina, nel primo anno ha prodotto circa 4,6 miliardi: una frazione rispetto al passato.

Nel frattempo, nonostante perdite pesantissime, la Russia continua ad avanzare lentamente nel Donbass e nell’oblast di Zaporizhzhia. Il calcolo che circola negli ambienti vicini alla presidenza è brutale: tra due anni Kiev potrebbe non controllare più nulla del Donetsk. Oggi, invece, potrebbe ancora tentare di scambiare ciò che resta con garanzie di sicurezza strutturate e fondi per la ricostruzione. È una valutazione fredda, che si scontra però con la realtà politica interna.

Il referendum come via d’uscita

Zelensky potrebbe tentare la strada di un referendum consultivo, per condividere con l’elettorato una decisione che da solo non può permettersi di assumere. Un precedente evocato in ambienti politici è quello del leader greco Alexis Tsipras, che nel 2015 utilizzò lo strumento referendario nel pieno della crisi del debito.

In Ucraina, tuttavia, la situazione è resa ancora più complessa dalla legge marziale, dai bombardamenti continui e dai milioni di sfollati. Aprire le urne significherebbe anche riaprire il confronto sulla legittimità del potere presidenziale.

L’asse con Budanov e lo scenario elettorale

Se si arrivasse al voto in primavera, in coincidenza con un referendum, la strategia del presidente appare già delineata: un’alleanza con Kyrylo Budanov, 39 anni, ex capo dell’intelligence militare e oggi figura centrale nello staff presidenziale.

Budanov gode di un’elevata popolarità e un suo potenziale partito avrebbe raddoppiato le intenzioni di voto negli ultimi mesi. Per Zelensky, l’obiettivo è evitare che diventi uno sfidante diretto. In uno scenario di difficoltà nei sondaggi, potrebbe aprirsi anche una trattativa sulle garanzie personali in caso di alternanza al vertice.

Il paradosso geopolitico

Il quadro presenta un paradosso evidente. L’economia russa mostra segnali di tensione: entrate da gas e petrolio in calo, deficit in crescita, inflazione alimentata dalla stampa di moneta. Le perdite al fronte restano elevate e le sanzioni continuano a mordere.

Eppure, la pressione americana su Kiev rischia di rafforzare la posizione negoziale di Mosca proprio nel momento in cui il Cremlino appare più vulnerabile sul piano economico. La finestra temporale si restringe per tutti gli attori coinvolti.

Per Zelensky la scelta resta quasi impossibile: difendere l’integrità territoriale a ogni costo o accettare una concessione per salvare lo Stato e le sue prospettive di sicurezza. Qualunque strada imbocchi, il prezzo politico — e personale — sarà altissimo.

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