
Le parole arrivano da Monaco, ma sono destinate a riverberare ben oltre la sala della Conferenza sulla sicurezza, perché colpiscono al cuore la narrazione costruita negli ultimi anni attorno alla forza della Russia. Secondo l’Alto rappresentante della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, Mosca non è più la potenza temuta e rispettata che pretende di essere, ma un Paese che ha pagato un prezzo altissimo per una guerra che non ha prodotto i risultati sperati. Il dato più impressionante evocato è quello delle vittime: oltre 1,2 milioni tra morti e feriti in un conflitto che dura ormai da quattro anni su larga scala, e che ha consumato risorse, capitale umano e credibilità internazionale. La guerra, nelle parole di Kallas, non ha rafforzato la Russia: l’ha logorata. E il vero rischio, oggi, non è la sua forza militare, ma la possibilità che ottenga più vantaggi attraverso i negoziati che sul campo di battaglia, trasformando una sconfitta strategica in una vittoria diplomatica.
Il punto centrale dell’analisi europea riguarda soprattutto la condizione interna della economia russa, che secondo Kallas sarebbe “allo sbando”, isolata dai principali mercati e colpita da una perdita strutturale di accesso alle reti energetiche occidentali. L’uscita forzata dai mercati europei del gas e del petrolio, che per decenni hanno rappresentato il pilastro della ricchezza russa, ha ridisegnato l’equilibrio economico globale, ma soprattutto ha privato Mosca della sua leva più potente. In parallelo, ha osservato l’Alto rappresentante, cresce il fenomeno della fuga dei cittadini, un segnale che non riguarda solo la politica, ma la percezione stessa del futuro. Una superpotenza, implicitamente suggerisce Bruxelles, non è solo un esercito o un arsenale nucleare: è una società che crede in sé stessa. Ed è proprio questa fiducia che oggi sembra incrinarsi.

Il vero rischio è il tavolo dei negoziati
La dichiarazione più significativa di Kallas riguarda però il futuro della guerra in Ucraina, e in particolare il rischio che il conflitto produca un paradosso geopolitico. Mosca, dopo aver fallito l’obiettivo di una vittoria rapida e decisiva, potrebbe ottenere attraverso la diplomazia ciò che non è riuscita a conquistare con le armi. “La minaccia più grande ora è che la Russia ottenga più dai negoziati che dalla guerra”, ha detto con chiarezza, delineando una linea politica precisa: l’Europa non deve consentire che l’aggressione si trasformi in un precedente premiato. La guerra, ha aggiunto, non riguarda solo il Donbass, ma un progetto più ampio di destabilizzazione del continente, attraverso pressioni politiche, economiche e strategiche. In questo quadro, la resistenza ucraina non è solo una difesa territoriale, ma una linea di contenimento per l’intero sistema europeo.
Nel suo intervento, Kallas ha risposto indirettamente anche alle critiche rivolte all’Europa, spesso descritta come debole o decadente. Con una punta di ironia, ha ricordato che il modello europeo continua ad attrarre nuovi Paesi, citando esplicitamente il Canada come esempio di una nazione che guarda all’UE come a un punto di riferimento politico e valoriale. È una risposta che rivela una consapevolezza crescente a Bruxelles: la guerra non è solo militare, ma narrativa. La Russia combatte anche sul terreno della percezione, cercando di presentarsi come alternativa credibile a un Occidente diviso. Per questo, la difesa europea non riguarda solo le armi, ma la fiducia nella propria identità.
I droni su Odessa e la guerra che continua
Mentre a Monaco si discute di diplomazia e strategia, sul terreno la guerra prosegue con la sua logica brutale. Nella notte, la Russia ha lanciato 83 droni contro diverse città dell’Ucraina, colpendo infrastrutture civili e industriali. Le difese aeree di Kiev hanno intercettato o neutralizzato la maggior parte degli ordigni, ma almeno 25 droni hanno raggiunto i loro obiettivi, provocando danni significativi in dodici località. Il caso più grave si è verificato a Odessa, il grande porto sul Mar Nero, dove gli attacchi hanno provocato enormi incendi e colpito una struttura ferroviaria e un serbatoio di carburante. Il fuoco dei prodotti petroliferi ha trasformato la notte in un inferno di fiamme, simbolo concreto di una guerra che resta lontana dalla fine.
Il fatto che non si registrino vittime in questo episodio non attenua la portata strategica degli attacchi, che mirano a colpire le infrastrutture energetiche e logistiche dell’Ucraina, logorando la sua capacità di resistenza nel lungo periodo. È una guerra di attrito, in cui il tempo diventa una variabile decisiva quanto le armi. Ed è proprio qui che si inserisce la riflessione di Kallas: una Russia indebolita può restare pericolosa non per la sua forza, ma per la sua capacità di resistere abbastanza a lungo da trasformare l’usura in vantaggio politico. La guerra, oggi, non si decide solo nei cieli di Odessa o nelle trincee del Donbass, ma nel fragile equilibrio tra resistenza militare e negoziato diplomatico.


