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Pusher morto nel boschetto di Rogoredo: indagati quattro poliziotti

Pubblicato: 17/02/2026 20:02

L’inchiesta sulla tragica morte di Abderrahim Mansouri, il giovane di ventotto anni rimasto ucciso lo scorso 26 gennaio nel noto boschetto di Rogoredo, sta subendo una accelerazione significativa e un ampliamento del raggio d’azione degli inquirenti. La Procura di Milano, sotto la guida del procuratore Marcello Viola e del pubblico ministero Giovanni Tarzia, ha deciso di iscrivere nel registro degli indagati altri quattro agenti di Polizia. Questa mossa sposta l’attenzione non solo sull’atto materiale dello sparo, ma anche su quanto accaduto nei momenti immediatamente successivi e sulla veridicità delle prime ricostruzioni fornite dalle forze dell’ordine coinvolte nell’operazione antidroga.

Nuove ipotesi di reato per i poliziotti

Le accuse formulate nei confronti dei quattro nuovi indagati sono particolarmente pesanti, poiché si ipotizzano i reati di favoreggiamento e omissione di soccorso. Gli investigatori stanno cercando di capire se vi sia stata una volontà deliberata di proteggere il collega che ha fatto fuoco o se, peggio, si sia verificato un ritardo ingiustificato nella richiesta di intervento del personale sanitario. L’assistente capo Carmelo Cinturrino, colui che ha esploso il colpo mortale, resta intanto indagato per omicidio volontario. Gli inviti a comparire sono stati già notificati e i poliziotti verranno interrogati nei prossimi giorni per chiarire la loro posizione e spiegare le eventuali incongruenze emerse durante i primi accertamenti tecnici e le testimonianze raccolte sul campo.

Dinamica dei fatti e ricostruzione balistica

Secondo quanto messo a verbale da Cinturrino, l’agente avrebbe reagito a una minaccia diretta, sostenendo che Mansouri avesse estratto una pistola puntandogliela contro da una distanza ravvicinata. Tuttavia, gli esiti dell’autopsia e i rilievi della Polizia Scientifica sembrano narrare una storia differente. Il colpo sarebbe stato esploso da circa venti o trenta metri di distanza, colpendo la vittima alla testa. Inoltre, l’arma in possesso del giovane marocchino si è rivelata essere una pistola a salve, un dettaglio che complica la tesi della legittima difesa. Gli esperti balistici stanno lavorando intensamente sulla traiettoria del proiettile per stabilire con esattezza la posizione reciproca dei due uomini al momento dello sparo, poiché sembra che la vittima non fosse né di schiena né completamente frontale, ma con il volto leggermente girato.

La decisione della Procura di allargare l’indagine non è casuale ma deriva da un’analisi incrociata di diversi elementi probatori. Un ruolo fondamentale è giocato dalle immagini delle telecamere di sorveglianza presenti nell’area di spaccio e dalle dichiarazioni di alcuni testimoni oculari che avrebbero assistito alla scena. Uno degli agenti ora indagati si trovava a pochissima distanza dal collega che ha sparato e, in un primo momento, aveva confermato in toto la versione della minaccia armata da parte del pusher. Ora, la sua posizione cambia radicalmente poiché dovrà rispondere alle domande dei magistrati assistito da un avvocato, segno che il suo racconto iniziale viene considerato poco attendibile o parziale dagli inquirenti della Squadra Mobile.

Ombre su precedenti atti pubblici

Oltre al fascicolo principale relativo alla morte di Mansouri, la Procura ha deciso di aprire un secondo procedimento autonomo per l’ipotesi di falso ideologico. Al centro di questo nuovo filone investigativo c’è un verbale d’arresto redatto nel corso del 2024 proprio dal poliziotto indagato per omicidio. Il documento riguardava un giovane tunisino che è stato successivamente assolto dalle accuse. Questo sospetto di falsità in atti pubblici getta un’ombra ancora più scura sulla condotta professionale dell’agente e potrebbe suggerire l’esistenza di un metodo operativo basato su ricostruzioni alterate dei fatti. I legali della famiglia Mansouri, intanto, sottolineano come sia quasi impossibile che un uomo punti un’arma finta contro poliziotti armati e chiedono scuse ufficiali da parte di chi ha già emesso sentenze mediatiche di colpevolezza.

Prossimi passi della magistratura milanese

Il lavoro della magistratura si preannuncia ancora lungo e complesso, in attesa dei risultati definitivi degli accertamenti balistici e della relazione completa del medico legale. La pressione attorno al caso è altissima, data la sensibilità del contesto sociale di Rogoredo e le implicazioni politiche legate alla gestione della sicurezza urbana. Gli interrogatori dei nuovi indagati rappresentano il passaggio cruciale per verificare se esista un sistema di coperture interne al commissariato o se si sia trattato di una serie di tragici errori individuali. La famiglia della vittima, attraverso i propri legali, continua a respingere la definizione di delinquente degno di morte e attende che la verità processuale restituisca dignità alla memoria di Abderrahim Mansouri.

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