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Centinaia di aerei Usa pronti a entrare in azione. Russi e cinesi si esercitano con Teheran

Pubblicato: 18/02/2026 07:22

Da una parte la trattativa diplomatica, dall’altra una mobilitazione militare senza precedenti. Stati Uniti e Iran si muovono su un doppio binario che profuma di ultimatum: mentre i canali negoziali restano formalmente aperti, il Pentagono sta concentrando nel Medio Oriente uomini e mezzi per sostenere una guerra di lunga durata. Un’escalation che cambia gli equilibri regionali e alza il livello dello scontro.

Da due giorni è in corso un imponente ponte aereo militare. Dodici F-16 e dodici F-22 hanno attraversato l’Atlantico, seguendo la rotta percorsa lunedì da una formazione di F-35, mentre altri 24 F-16 sono decollati dalle basi europee. Una proiezione di forza che segnala la volontà americana di farsi trovare pronta a ogni scenario.

Intanto la portaerei USS Gerald R. Ford, la più moderna e potente della flotta statunitense, naviga a tutta velocità verso lo Stretto di Gibilterra, che potrebbe varcare a ore insieme alla sua scorta. All’inizio della prossima settimana, il presidente Donald Trump potrebbe disporre di un’armata navale e aerea impressionante per spingere Teheran ad accettare un accordo o affrontare un conflitto dagli esiti imprevedibili.

Sul mare, agli ordini della Casa Bianca, ci saranno due portaerei con oltre 110 velivoli da combattimento, quindici cacciatorpediniere e tre sottomarini nucleari armati con circa cinquecento missili cruise Tomahawk. Una concentrazione di potenza di fuoco che supera quella impiegata da Israele durante la cosiddetta “Guerra dei 12 Giorni” dello scorso giugno.

Nelle basi saudite di Prince Sultan e giordane di Muwaffaq Salti si stanno schierando circa 150 cacciabombardieri, comprese decine di F-35 e F-22 stealth, invisibili ai radar. La macchina militare americana appare calibrata non solo per colpire, ma anche per sostenere una campagna prolungata contro obiettivi strategici iraniani.

La natura delle forze in campo lascia ipotizzare più scenari operativi. Sono state trasferite le squadriglie protagoniste del blitz di Caracas contro il presidente Nicolás Maduro: unità addestrate per operazioni lampo e incursioni chirurgiche. Secondo indiscrezioni, il Pentagono starebbe valutando un’azione mirata contro figure apicali della Repubblica islamica, nel tentativo di assestare un colpo decisivo al sistema di potere degli ayatollah.

Non solo. Sono tornati nell’area anche i velivoli che aprirono la strada ai bombardieri B-2 Spirit, già impiegati per colpire i laboratori sotterranei del programma nucleare iraniano. La presenza di centinaia di Tomahawk sulle unità della U.S. Navy consentirebbe di prolungare gli attacchi nel tempo, mirando ai centri di comando e alle strutture dei Guardiani della Rivoluzione.

Se questa colossale macchina da guerra americana dovesse entrare in azione, la rappresaglia iraniana potrebbe materializzarsi in una pioggia di missili balistici e droni contro Israele e gli alleati arabi di Washington. Per questo una parte della task force sarà dedicata alla difesa: jet come F-16 e F-15E intercetterebbero i droni, mentre i sistemi Thaad e Patriot – insieme ai missili Standard imbarcati – cercherebbero di neutralizzare gli ordigni balistici.

Da Iran, la risposta politica è già arrivata. La guida suprema Ali Khamenei ha evocato la possibilità di colpire una portaerei americana, mentre i Guardiani della Rivoluzione minacciano la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale del commercio petrolifero mondiale. Alle esercitazioni iraniane si uniranno navi russe e cinesi, con il coinvolgimento annunciato da Nikolai Patrushev, storico consigliere di Vladimir Putin. Uno scenario inedito: unità di Mosca e Pechino nelle stesse acque dove è schierata la flotta americana, con il rischio concreto di una escalation militare globale.

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