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Il modello scandinavo come capocordata: seguono U.K. e Italia.

Pubblicato: 18/02/2026 17:21

Negli ultimi anni il cosiddetto “modello scandinavo” ha anticipato una trasformazione profonda nella gestione dei flussi migratori. Finlandia e Norvegia, pur con differenze istituzionali, hanno progressivamente spostato l’attenzione dall’accoglienza come principio generale alla sostenibilità amministrativa e sociale del sistema.

La protezione internazionale è stata resa più condizionata, i tempi delle procedure sono stati accorciati e il legame tra integrazione e inserimento lavorativo è diventato centrale. Non si tratta di una chiusura formale delle frontiere, ma di una ridefinizione delle condizioni di permanenza e dei meccanismi di rimpatrio. Questo approccio tecnico-amministrativo ha segnato un punto di svolta nella filosofia della gestione migratoria, influenzando progressivamente anche altri ordinamenti europei.

Il caso britannico: Brexit, convergenza politica e pressione diplomatica

Se il modello scandinavo ha anticipato una trasformazione tecnica della gestione migratoria, il Regno Unito ne rappresenta la declinazione sovrana dopo la Brexit. Dal 2016 in poi il controllo delle frontiere è diventato il simbolo della riacquisita autonomia nazionale.

I governi conservatori hanno tradotto questa impostazione nel Nationality and Borders Act del 2022 e nell’Illegal Migration Act del 2023, introducendo una netta distinzione tra ingressi regolari e irregolari, rafforzando l’inammissibilità delle domande di asilo presentate da chi entra illegalmente e accelerando le procedure di rimpatrio.

La svolta più significativa è però la continuità politica. Con l’arrivo al governo del Partito Laburista non si è assistito a un’inversione di rotta, ma a una conferma dell’impianto restrittivo. Pur adottando un linguaggio meno ideologico, l’esecutivo ha mantenuto l’obiettivo di rafforzare i rimpatri e l’efficienza amministrativa.

In questo quadro si inserisce la pressione diplomatica esercitata verso Paesi come Congo, Namibia e Angola, con la minaccia di restrizioni sui visti per ottenere la cooperazione nel rimpatrio dei propri cittadini. La gestione migratoria diventa così anche uno strumento di politica estera.

Questa convergenza tra governi conservatori e laburisti richiama la dinamica già osservata nei Paesi scandinavi, dove destra e socialdemocrazia hanno progressivamente condiviso una linea più selettiva e orientata alla sostenibilità del sistema. La protezione resta formalmente garantita, ma non coincide più automaticamente con l’integrazione stabile. L’immigrazione viene trattata come variabile strutturale di equilibrio istituzionale e non più come terreno di contrapposizione ideologica.

L’evoluzione dell’Unione Europea: prima e dopo la crisi del 2015

Prima del 2015 la politica migratoria dell’Unione Europea era regolata principalmente dal sistema di Dublino, formalizzato nel Regolamento Dublino III del 2013. Il principio cardine era semplice: lo Stato membro di primo ingresso era responsabile dell’esame della domanda di asilo.

Questo meccanismo presupponeva flussi gestibili e una distribuzione relativamente equilibrata delle pressioni migratorie, ma non prevedeva un sistema di solidarietà obbligatoria tra Stati membri, lasciando ai Paesi di frontiera l’onere principale della gestione.

La crisi migratoria del 2015 ha rappresentato una rottura sistemica. L’arrivo di oltre un milione di richiedenti asilo ha reso evidente l’insostenibilità del modello di Dublino, trasformando il principio del primo ingresso in un fattore di squilibrio strutturale.

Nel periodo successivo, l’Unione ha progressivamente ridefinito il proprio impianto normativo, culminando nel Nuovo Patto su Migrazione e Asilo approvato nel 2024. Il nuovo assetto mantiene la responsabilità dello Stato di primo ingresso, ma introduce procedure di screening obbligatorie alle frontiere, meccanismi di solidarietà flessibile e strumenti più rapidi per i rimpatri.

In questo processo di ridefinizione normativa, il modello scandinavo aveva già segnato un primo punto di svolta, spostando l’attenzione dall’accoglienza come principio astratto alla sostenibilità amministrativa e sociale dei flussi.

Il caso italiano: tra gestione strutturale e una politica diversa

La posizione italiana nel sistema migratorio europeo è storicamente legata al ruolo di Paese di primo ingresso nel Mediterraneo centrale. Fin dagli anni Novanta, e con maggiore intensità dopo il 2011, l’Italia ha dovuto gestire flussi consistenti, spesso in assenza di un’effettiva redistribuzione europea. Questo ha prodotto un sistema oscillante tra emergenza e regolazione normativa.

In questo quadro si inserisce l’accordo con l’Albania, che prevede il trasferimento di migranti soccorsi in mare in strutture situate sul territorio albanese ma sotto giurisdizione italiana, per l’esame delle domande di protezione internazionale. La gestione resta formalmente italiana e soggetta al diritto dell’Unione, ma la fase di accertamento viene separata dall’ingresso immediato nel territorio nazionale.

Il recente decreto legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri rafforza questo impianto introducendo la possibilità di interdizione temporanea delle acque territoriali in caso di pressione migratoria eccezionale, accelerando le procedure di rimpatrio e ampliando il trattenimento nei centri di permanenza per il rimpatrio. Il recepimento del nuovo Patto europeo su Migrazione e Asilo consolida così un modello orientato alla rapidità procedurale e al controllo amministrativo.

Dal nord dell’Europa fino al sud: la gestione dello stato che cambia

Dal Nord Europa a Londra, fino a Bruxelles e Roma, la gestione migratoria sta progressivamente abbandonando la dimensione emergenziale per assumere una forma sempre più tecnica e strutturale. Il diritto d’asilo rimane formalmente intatto, ma viene inserito in un sistema più rapido, selettivo e orientato alla sostenibilità.

La convergenza tra governi di diverso orientamento politico segnala che non si tratta più di una frattura ideologica, bensì di un cambio di paradigma nella governance europea dei flussi migratori.

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