
Napoli, l’annuncio che nessun genitore vorrebbe mai pronunciare arriva in diretta tv. Mamma Patrizia, affiancata dal suo legale durante la trasmissione Diritto e Rovescio, rompe il silenzio: «Abbiamo deciso di accompagnare il bambino alla fine della vita. Non è eutanasia». Una frase che pesa come un macigno e che segna l’inizio di una nuova, dolorosissima fase della vicenda del bimbo trapiantato al Monaldi.
Dopo due mesi di calvario, la scelta è stata formalizzata: avviare una terapia clinica non finalizzata alla guarigione, ma esclusivamente ad alleviare le sofferenze. Il piccolo, sottoposto il 23 dicembre scorso a un delicato trapianto di cuore all’Ospedale Monaldi di Napoli, non si è mai realmente ripreso. Le speranze di riportarlo a casa, nella sua Nola, si sono progressivamente affievolite fino a spegnersi.

Durante la trasmissione di Diritto e Rovescio, in onda su Rete 4, l’avvocato Francesco Petruzzi ha ricostruito i passaggi clinici decisivi. Le cartelle mediche e i pareri del gruppo interdisciplinare sono stati esaminati anche dal medico legale di parte, Luca Scognamiglio. «Quando è stata tolta la sedazione, il bimbo non si è svegliato. La prognosi è stata valutata senza ombra di dubbio infausta», ha spiegato il legale.
Due ore prima dell’intervento televisivo era stata inviata una Pec all’Ospedale Monaldi per richiedere la Pianificazione condivisa delle cure (Pcc), strumento introdotto nel 2017 per evitare l’accanimento terapeutico. Una scelta che sposta l’obiettivo medico: non più guarire, ma garantire cure palliative pediatriche e un percorso di terapia antidolore condiviso con i genitori e i sanitari.
Prima delle telecamere, c’era stata la fiaccolata a Nola. Uno striscione, “Per il nostro guerriero”, e una comunità stretta attorno a una madre che non smette di ripetere: «Finché respira è vivo». Parole che raccontano l’altalena emotiva tra speranza e consapevolezza, tra fede e realtà clinica.

Determinante è stata anche la valutazione del pool di super esperti convocati da tutta Italia, che ha escluso la possibilità di un secondo trapianto di cuore: le condizioni del bambino sono state giudicate «non compatibili con un nuovo intervento». Di conseguenza, il piccolo è stato rimosso dalla lista d’attesa per un nuovo organo, chiudendo definitivamente la strada a un’ulteriore operazione.
Al capezzale del bambino, in questi giorni, è tornato per la terza volta anche l’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, rimasto a lungo accanto alla madre in un momento di raccoglimento e preghiera. Intanto, Patrizia ha voluto ringraziare chi le ha manifestato sostegno economico, rifiutando però qualsiasi donazione personale e invitando a sostenere l’AIDO, simbolo della cultura del dono degli organi.
Sul fronte giudiziario, prosegue l’inchiesta della Procura che sta facendo luce sui passaggi clinici e organizzativi legati al caso del trapianto a Napoli. La madre non entra nei dettagli, ma lancia un monito destinato a restare: «Quello che è successo a mio figlio non deve essere dimenticato». Una storia che intreccia sanità, etica medica, giustizia e dolore, e che oggi si avvia verso il capitolo più difficile.


