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Francesca Albanese, l’Onu in crisi totale: la polemica non si ferma

Pubblicato: 22/02/2026 17:50

Il caso di Francesca Albanese scuote le Nazioni Unite e apre una frattura politica destinata a lasciare strascichi. La relatrice speciale per i territori palestinesi occupati è finita al centro di una tempesta diplomatica dopo le critiche rivolte a Israele e alle aziende ritenute coinvolte nel conflitto a Gaza. La Francia ha chiesto ufficialmente le sue dimissioni, ma ha scelto di non portare subito al voto la risoluzione al Consiglio per i Diritti Umani.

La decisione di congelare il passaggio formale non è casuale. Secondo fonti diplomatiche, se la proposta fosse messa ai voti oggi, non otterrebbe la maggioranza necessaria. Il rischio per Parigi sarebbe quello di una sconfitta politica che finirebbe per rafforzare la stessa Albanese, consolidandone la posizione all’interno dell’organismo di Ginevra.

Perché la risoluzione non passerebbe

Il Consiglio per i Diritti Umani è composto da 47 Stati membri con una distribuzione regionale equilibrata. Tuttavia, gli equilibri politici attuali favorirebbero il cosiddetto Sud globale, numericamente prevalente rispetto ai Paesi occidentali. In questo contesto, una risoluzione promossa dalla Francia contro Albanese difficilmente raccoglierebbe i voti necessari.

Diversi osservatori ritengono che una bocciatura ufficiale rappresenterebbe una vittoria simbolica per la relatrice. La sua permanenza verrebbe letta come una risposta politica alle pressioni occidentali e alle accuse di eccessivo attivismo. La Francia, consapevole dei numeri, preferisce lavorare a un consenso più ampio prima di esporsi a un voto che potrebbe rivelarsi controproducente.

Lo scontro interno alle Nazioni Unite

La vicenda mette in luce una frattura tra la componente politica e quella operativa dell’Onu. Il Segretariato, guidato da António Guterres, avrebbe espresso irritazione per il modo in cui Albanese utilizza il proprio mandato. La relatrice è indipendente, non percepisce stipendio e non rappresenta formalmente l’Onu, ma nell’opinione pubblica le sue dichiarazioni vengono spesso associate all’intera organizzazione.

Il portavoce del Segretario generale, Stéphane Dujarric, ha preso le distanze da alcune posizioni espresse dalla relatrice, chiarendo che il Segretariato non sempre condivide il linguaggio utilizzato. Tuttavia, la rimozione di un relatore speciale non rientra nelle competenze del Segretariato, ma esclusivamente in quelle del Consiglio.

A complicare ulteriormente il quadro sono arrivate pressioni dagli Stati Uniti. Il segretario di Stato Marco Rubio e la rappresentante americana pro tempore all’Onu Dorothea Shea hanno espresso preoccupazione per le lettere inviate da Albanese a grandi multinazionali statunitensi, accusate di complicità nel conflitto.

Il nodo del codice di condotta

Il punto centrale riguarda la possibile violazione del codice di condotta che regola l’attività dei relatori speciali. Tra i principi chiave figurano imparzialità, moderazione nel linguaggio e assenza di incitamenti o dichiarazioni discriminatorie. Secondo la Francia, alcuni interventi pubblici di Albanese avrebbero superato questi limiti.

In passato, segnalazioni formali sono state esaminate dal gruppo consultivo interno al Consiglio, che non ha riscontrato violazioni tali da giustificare provvedimenti. Questo precedente rende ancora più difficile un esito diverso in caso di nuova iniziativa.

Il rischio, sottolineano alcuni diplomatici occidentali, è che la vicenda si trasformi in un banco di prova sulla credibilità dell’Onu. Una bocciatura della risoluzione francese consoliderebbe l’immagine di un’organizzazione attraversata da profonde divisioni politiche. Al contrario, un’eventuale rimozione aprirebbe un precedente delicato per l’autonomia dei relatori indipendenti.

Per ora, Parigi prende tempo. La partita resta aperta e potrebbe riaccendersi entro la fine della sessione di marzo. Ma una cosa appare chiara: se si votasse oggi, la risoluzione sulle dimissioni non passerebbe, e il caso Albanese continuerebbe a dividere le Nazioni Unite.

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