
Un sistema radicato, capace di infiltrarsi nei gangli di una struttura sanitaria pubblica e di trasformare servizi essenziali in strumenti di potere. È il quadro delineato dall’inchiesta che coinvolge il clan Clan Contini e l’ospedale Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, al centro di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea.
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Secondo quanto emerso dagli accertamenti condotti dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza e dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri, il gruppo criminale avrebbe esercitato un controllo sistematico su numerose attività interne all’ospedale, avvalendosi di minacce, prestanomi e presunte collusioni con dirigenti della struttura sanitaria.
L’operazione, coordinata dal pubblico ministero Alessandra Converso, ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di tre indagati ritenuti affiliati al clan e di un avvocato. Per un quarto soggetto, anch’egli considerato vicino all’organizzazione, le attività di rintraccio risultano ancora in corso.
Il sistema di controllo sull’ospedale
Le indagini, riferite a fatti del 2020, descrivono un presunto sistema di gestione illecita dei servizi interni, tra cui bar e distributori automatici presenti nella struttura. Tali attività, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero state esercitate senza il pagamento dei canoni di locazione all’Asl e con l’utilizzo dell’utenza elettrica in modo irregolare.
Non solo. Attraverso un’associazione che forniva il servizio di ambulanza e con la complicità di personale sanitario e parasanitario, addetti alla vigilanza privata e dipendenti di altre ditte operanti nella struttura, sarebbero stati garantiti favori a esponenti del clan e a gruppi criminali collegati. Tra le condotte contestate figurano ricoveri agevolati in violazione delle procedure di accesso, il rilascio di certificazioni mediche false, anche finalizzate a ottenere scarcerazioni, e perfino il trasporto illecito di salme tramite ambulanza, aggirando i canali autorizzati dei servizi funebri.
L’ospedale, secondo l’impostazione investigativa, sarebbe stato trasformato in un luogo strategico per consolidare il potere del clan sul territorio, sfruttando la vulnerabilità di un presidio sanitario pubblico.

Le truffe assicurative e il ruolo dell’avvocato
Un ulteriore filone riguarda un presunto sistema di truffe ai danni delle compagnie assicurative, basato sulla simulazione di incidenti stradali. Gli indagati, con il supporto di medici compiacenti, falsi testimoni e perizie mendaci, avrebbero costruito pratiche risarcitorie artefatte, generando profitti illeciti.
L’avvocato coinvolto nell’inchiesta è accusato, inoltre, di aver mantenuto i collegamenti tra detenuti e familiari, occupandosi della gestione delle cosiddette “mesate”, ovvero gli stipendi destinati agli affiliati in carcere. Un ruolo ritenuto dagli inquirenti centrale nel garantire continuità organizzativa e sostegno economico al gruppo criminale.

I reati contestati
L’ordinanza emessa dal gip su richiesta della Procura di Napoli ipotizza un quadro accusatorio articolato: associazione di tipo mafioso aggravata dal carattere armato, corruzione, falsa testimonianza, false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, falsità ideologica in atti pubblici, trasferimento fraudolento di valori, accesso abusivo a sistemi informatici, tentata estorsione, estorsione, usura, riciclaggio e autoriciclaggio.
Un elenco che restituisce la dimensione di un’indagine complessa e ramificata, nella quale il presunto intreccio tra criminalità organizzata e struttura sanitaria pubblica rappresenta l’aspetto più delicato. Gli sviluppi giudiziari chiariranno la posizione degli indagati, mentre resta al centro dell’attenzione il tema delle infiltrazioni mafiose nella sanità pubblica, settore particolarmente esposto a interessi illeciti quando controlli e trasparenza vengono meno.


