
La Procura di Milano si prepara a un nuovo passaggio chiave nell’inchiesta sul tram deragliato in viale Vittorio Veneto, incidente che ha provocato due vittime e decine di feriti, tre dei quali ancora ricoverati in terapia intensiva. La pm Elisa Calanducci sta valutando di sentire formalmente, già la prossima settimana, il conducente del mezzo.
L’uomo, 60 anni, subito dopo l’accaduto ha reso dichiarazioni spontanee alla Polizia locale, sostenendo di aver avuto un malore pochi istanti prima dell’incidente. Un’ipotesi ora al vaglio degli inquirenti, che puntano a verificare la ricostruzione attraverso elementi oggettivi: le immagini delle telecamere a bordo del tram della linea 9 e, soprattutto, i dati registrati dal sistema di guida elettronico.
Uno dei punti centrali riguarda la mancata fermata precedente. Gli investigatori devono stabilire se il conducente l’abbia “saltata” a causa del malore o perché non vi fossero passeggeri in salita o in discesa. Ma il nodo più delicato è un altro: perché, in caso di perdita di coscienza o mancata vigilanza, non si sarebbe attivato il sistema di sicurezza.
Perché non si è attivato il sistema di sicurezza?
Il cosiddetto sistema “uomo morto” è un dispositivo automatico che monitora costantemente la presenza attiva del conducente. È operativo sopra i 3 chilometri orari e richiede che il tranviere prema un pulsante ogni 2,5 secondi. In assenza del comando, scatta un allarme sonoro; se dopo ulteriori 2,5 secondi non vi è risposta, il sistema attiva automaticamente la frenata fino all’arresto del mezzo, in uno spazio proporzionato alla velocità.
La Procura sta ora acquisendo tutti i dati tecnici per ricostruire l’esatta durata della presunta corsa “cieca” e comprendere se vi siano stati malfunzionamenti, errori umani o altre concause. Solo dopo l’analisi completa dei tracciati elettronici e delle immagini si potrà delineare con precisione la dinamica dell’incidente.


