
Il Sanremo 2026 è stato il Festival dell’equilibrio. Tutto al suo posto, tutto sotto controllo, tutto calibrato al millimetro. Nessuna crepa, nessuna caduta, nessuna vera esplosione. Le pagelle ufficiali hanno parlato di professionalità, mestiere, misura. Noi preferiamo parlare di prudenza. Perché l’Ariston non è un’aula di tribunale: è un palcoscenico che vive di rischio, di eccesso, di imprevedibilità. E quest’anno tra presentatori e comici il rischio è rimasto chiuso in camerino. Ecco le nostre valutazioni, ironiche ma motivate, senza sconti per nessuno.
Carlo Conti
Conduce come se avesse davanti un manuale delle istruzioni invisibile. Tutto perfetto, tutto ordinato, tutto cronometricamente ineccepibile. Il problema è che la perfezione, quando non è attraversata da un guizzo, diventa routine. Non sbaglia una battuta, ma non ne crea una memorabile. Tiene il timone saldo, ma non vira mai. È il comandante che evita ogni tempesta, salvo dimenticare che un po’ di mare mosso rende il viaggio interessante. Il Festival scorre liscio, quasi troppo. Si sorride, si applaude, si va avanti. Ma non c’è mai quel momento che costringe a sedersi meglio sul divano. La sensazione è quella di un grande professionista che ha scelto di non sorprendere.
VOTO: 5
Laura Pausini
Ha carisma, esperienza, storia. Eppure sul palco sembra scegliere la modalità silenziosa. Interventi educati, battute prudenti, presenza elegante ma trattenuta. Non sbaglia, ma non incide. È come se avesse deciso di non prendersi troppo spazio, forse per rispetto, forse per timidezza televisiva. Il risultato è una co-conduzione composta ma poco vibrante. In un Festival già molto controllato, la sua misura diventa un ulteriore freno. Non è una prova negativa, ma neanche memorabile. È una presenza che accompagna senza guidare.
VOTO: 5,5

Ubaldo Pantani
Ha portato un’unica carta: l’imitazione di Lapo Elkann. E l’ha giocata con mestiere. Voce, postura, tic, tutto studiato. Il problema è l’attualità. Lapo non è esattamente il personaggio più caldo del momento, né lo è stato negli ultimi anni. L’effetto è quello di un numero che sa di già visto, già consumato, quasi da repertorio vintage. L’imitazione è tecnicamente corretta, ma la comicità vive di sorpresa e contemporaneità. Qui invece si respira un’aria retrò, come se il Festival fosse tornato a qualche stagione fa. Il pubblico sorride, ma non esplode. E quando la risata è educata, la satira perde forza.
VOTO: 4
Lillo Petrolo
Porta energia, porta ritmo, porta quel tipo di comicità più istintiva e meno accademica. E infatti qualche momento funziona davvero. Però anche qui si percepisce un freno. Lillo sembra a tratti imbrigliato nel contesto, come se il palco dell’Ariston fosse troppo istituzionale per la sua anarchia naturale. Le battute partono bene ma non sempre trovano lo spazio per crescere. Il pubblico reagisce, ma senza quell’effetto travolgente che ci si aspetterebbe. È una presenza che prova a rompere la rigidità, ma non riesce fino in fondo a scalfirla. Resta l’impressione di un potenziale comico non completamente liberato.
VOTO: 5
Vincenzo De Lucia
Più controllato, più misurato, con tempi televisivi discreti. Alcuni passaggi centrano l’obiettivo, qualche battuta trova la sua dimensione. Ma anche qui domina la prudenza. L’ironia resta dentro i binari, non devia, non graffia. È una comicità che accompagna senza disturbare. In un Festival che avrebbe bisogno di uno scarto, di una forzatura intelligente, tutto resta invece dentro il perimetro della correttezza. Non è una prova insufficiente, ma non è nemmeno quella che farà scuola.
VOTO: 5

Irina Shayk
Eleganza impeccabile, presenza scenica da evento internazionale, discesa delle scale perfetta. Ma la televisione non è solo immagine. Le interazioni sono minime, le battute poche, il coinvolgimento limitato. Si percepisce una distanza tra palco e platea, come se l’Ariston fosse diventato una passerella. La scelta appare più estetica che narrativa. Bellissima, sì. Determinante per lo spettacolo, molto meno.
VOTO: 4
Bianca Balti
Un’altra atmosfera. Più naturale, più sciolta, meno ingessata. Non forza il ruolo, non si improvvisa ciò che non è. Sta sul palco con consapevolezza, con un’ironia leggera ma autentica. Gli interventi funzionano meglio perché non sembrano studiati al millimetro. In un contesto spesso ipercontrollato, la sua spontaneità emerge. Non rivoluziona il Festival, ma ne alleggerisce il peso. E questo, quest’anno, è quasi un atto di coraggio.
VOTO: 6,5
Il bilancio delle nostre pagelle su Sanremo 2026 è chiaro: molto mestiere, pochissima vertigine. E senza vertigine, il Festival resta in piedi. Ma non decolla.


