
Il sipario si alza su una delle battaglie legali più roventi dell’industria dell’intrattenimento per adulti, trasformando il set in un’aula di tribunale. Al centro della tempesta c’è Rocco Siffredi, che ha deciso di passare al contrattacco querelando le numerose attrici che lo avevano accusato di violenza sessuale durante le riprese dei suoi film. Le testimonianze, raccolte in un’articolata inchiesta a puntate trasmessa dal programma televisivo Le Iene, avevano sollevato un polverone mediatico senza precedenti, ma la difesa dell’attore sottolinea un dato cruciale: quei racconti non sono mai sfociati in denunce penali formali contro di lui. L’accusa mossa dal pornoattore verso le venti donne apparse nel servizio di Italia 1 è dunque quella di diffamazione, una mossa legale che punta a smontare la narrazione costruita sul piccolo schermo.
La denuncia, presentata presso la Procura di Milano dall’avvocata Rossella Gallo, coinvolge complessivamente ventuno persone legate ai servizi andati in onda nel corso del 2025. Sebbene alcune delle attrici abbiano scelto di metterci la faccia, altre erano apparse nell’inchiesta protette dall’anonimato, con voci rese irriconoscibili per riferire esperienze degradanti. Le accuse spaziavano dall’imposizione di scene non concordate alla costrizione a subire determinate pratiche sessuali. Per smantellare queste versioni, la legale di Siffredi ha depositato un hard disk contenente dati, documenti, liberatorie e, soprattutto, il girato integrale dei video incriminati, con l’obiettivo di dimostrare che nessuna delle donne coinvolte sia mai stata effettivamente costretta.
La difesa tecnica e il ruolo degli addetti ai lavori
La strategia difensiva non si limita ai soli file video, ma punta a evidenziare presunte incongruenze nel montaggio giornalistico. Sarebbero state prodotte, infatti, interviste precedenti in cui le stesse attrici utilizzavano toni radicalmente diversi rispetto a quelli mostrati in televisione. Inoltre, il programma è accusato di aver tagliato in modo tendenzioso un’intervista allo stesso Siffredi, impedendogli di fornire la propria versione dei fatti in modo completo.
A supporto dell’attore si è schierato anche un fronte compatto di professionisti del dietro le quinte. Cameraman, costumisti e tecnici che hanno condiviso il set con lui per anni hanno manifestato il proprio sostegno, spesso attraverso contenuti social in cui lamentavano di non aver avuto l’opportunità, in sede televisiva, di testimoniare la regolarità delle riprese. Questa rete di addetti ai lavori diventa ora un elemento chiave per la difesa, pronta a sostenere che sul set di Siffredi non vi sia mai stata violenza, ma solo la dura disciplina di un mestiere estremo.


