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Il diritto internazionale come scudo: chi oggi lo agita copre Iran, Russia e Cina

Pubblicato: 06/03/2026 11:28

C’è una parola che in questi giorni viene agitata come uno scudo morale nel dibattito europeo: diritto internazionale. La si pronuncia con un tono grave, come se bastasse evocarla per chiudere la discussione. Ma quando una formula diventa un mantra ripetuto senza guardare la realtà, smette di essere un principio e diventa una maschera. Perché il vero problema non è se una guerra abbia o meno il timbro formale dell’ONU. Il vero problema è capire contro chi si combatte. Se uno Stato finanzia milizie armate che lanciano missili, destabilizzano intere regioni e colpiscono civili e Stati sovrani, allora non siamo davanti a un attore come gli altri. Siamo davanti a uno Stato che ha trasformato il terrorismo in uno strumento strutturale di politica internazionale. Ed è esattamente ciò che l’Iran fa da decenni attraverso una rete di organizzazioni armate che vanno da Hezbollah in Libano a Hamas a Gaza fino agli Houthi nello Yemen, parte di quello che gli analisti chiamano l’“asse della resistenza”.

Chi continua a invocare il diritto internazionale come un principio astratto finge di ignorare questo fatto elementare. L’Iran non è semplicemente un Paese con cui si hanno divergenze geopolitiche. È uno Stato che ha costruito la propria influenza regionale armando e finanziando milizie che combattono al posto suo. Da anni, secondo numerosi rapporti e analisi internazionali, Teheran fornisce fondi, armi e addestramento a Hamas e sostiene militarmente gli Houthi e altre milizie della regione. Questo sistema di guerra per procura consente all’Iran di colpire i propri nemici senza assumersi apertamente la responsabilità di una guerra convenzionale. Ma dal punto di vista politico la sostanza non cambia: è comunque guerra. Una guerra indiretta, ma perfettamente riconoscibile.

L’ipocrisia del legalismo

A questo punto entra in scena la grande ipocrisia del dibattito occidentale. Si dice: senza una decisione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, l’uso della forza è illegittimo. Ma questa affermazione ignora una realtà altrettanto evidente: il Consiglio di sicurezza oggi è paralizzato dal veto delle grandi potenze. Se due membri permanenti – Russia e Cina – decidono di proteggere politicamente e diplomaticamente Teheran, il sistema multilaterale smette semplicemente di funzionare.

Non è più uno strumento di sicurezza collettiva: diventa un meccanismo che garantisce impunità a chi destabilizza intere regioni. In questo senso il problema non è solo la paralisi dell’ONU. Il problema è che due potenze globali hanno scelto di usare il proprio veto per coprire e proteggere uno Stato che utilizza il terrorismo come leva geopolitica. È una complicità politica evidente: senza la protezione diplomatica di Mosca e Pechino, la pressione internazionale sull’Iran sarebbe da tempo di tutt’altra natura.

Ed è esattamente ciò che accade oggi. Mentre Teheran costruisce una rete di milizie che attraversa Libano, Gaza, Siria e Yemen, il sistema multilaterale resta paralizzato. Il risultato è paradossale: chi alimenta la destabilizzazione regionale è protetto dal veto, mentre chi reagisce viene accusato di violare il diritto internazionale. Una situazione che svuota di significato lo stesso concetto di legalità.

La storia recente dimostra che questo dilemma non è teorico. Nel 1999, durante la guerra contro il regime serbo di Belgrado, la NATO intervenne senza un mandato del Consiglio di sicurezza perché Mosca avrebbe posto il veto. In quel caso nacque una formula rimasta celebre nella diplomazia: l’intervento poteva essere formalmente illegale, ma era legittimo. Legittimo perché fermava una violenza reale che il sistema internazionale non era più in grado di fermare.

Uno Stato che usa il terrorismo come strategia

Oggi il caso dell’Iran presenta un paradosso ancora più evidente. Non si tratta di un regime isolato che compie abusi interni, ma di uno Stato che ha costruito la propria strategia regionale sulla guerra per procura. Hezbollah lancia razzi contro Israele dal Libano, Hamas colpisce dal territorio di Gaza, gli Houthi minacciano le rotte marittime e colpiscono obiettivi regionali. Tutto questo avviene dentro una rete politica e militare che ruota attorno a Teheran.

In queste condizioni, continuare a ripetere che solo l’ONU può autorizzare l’uso della forza significa ignorare la realtà. Perché se l’organizzazione è paralizzata dal veto di potenze che proteggono lo Stato responsabile di questa strategia, allora la legalità formale diventa un alibi per l’inazione. Non è difesa del diritto internazionale: è rinuncia alla politica.

Ed è per questo che la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran può essere considerata politicamente e moralmente legittima, anche se non ha il sigillo procedurale del Consiglio di sicurezza. Come accadde nei Balcani, quando la comunità internazionale decise che la paralisi diplomatica non poteva trasformarsi in una licenza per la violenza.

La verità che molti non vogliono vedere

Alla fine la questione è semplice, anche se molti preferiscono non dirlo. Il diritto internazionale non è stato creato per proteggere gli Stati che usano il terrorismo come arma geopolitica. È stato creato per difendere la pace e la sicurezza tra i popoli. Quando uno Stato aggira quel sistema armando milizie e destabilizzando intere regioni, e quando le grandi potenze bloccano qualsiasi risposta diplomatica con il veto, allora il sistema stesso entra in crisi.

In quel momento la scelta non è più tra legalità e illegalità. La scelta è tra ipocrisia e realtà. Continuare a invocare formalismi giuridici mentre un’intera regione viene destabilizzata da una rete di milizie armate non significa difendere il diritto internazionale. Significa nascondersi dietro un velo leguleio per non affrontare la natura del conflitto.

Ed è proprio per questo che la guerra contro l’Iran non può essere letta solo con le categorie della procedura diplomatica. È la risposta a uno Stato che da anni combatte senza dichiarare guerra, usando il terrorismo come strumento di politica estera e contando sulla paralisi dell’ONU – garantita anche dalla protezione di Russia e Cina – per restare impunito.

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