
Con la Legge 13 febbraio 2026, n. 24, i Cammini d’Italia diventano infrastruttura strategica nazionale. Una riforma che punta su turismo sostenibile, rigenerazione dei borghi e coesione territoriale. In parallelo, la revisione dei criteri per i Comuni montani riapre il confronto su risorse e tutele, tra rigore tecnico e giustizia territoriale.
I cammini riconosciuti come infrastruttura pubblica
La promulgazione della nuova legge da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella segna una svolta nella concezione delle politiche turistiche e territoriali. I percorsi a piedi entrano per la prima volta nel perimetro delle infrastrutture strategiche nazionali, al pari di reti materiali più tradizionali. Il legislatore compie una scelta culturale e politica: riconoscere che la mobilità dolce, il turismo lento e la valorizzazione dei paesaggi non sono nicchie, ma leve di sviluppo sostenibile. In un Paese frammentato tra coste sovraffollate e aree interne in declino demografico, la costruzione di una rete integrata dei cammini rappresenta un investimento sulla coesione. La previsione di una banca dati nazionale e di standard omogenei su sicurezza, segnaletica e accessibilità introduce elementi di certezza amministrativa e qualità uniforme, superando la gestione discontinua del passato.
Turismo lento, governance multilivello e visione europea
La riforma non si limita a catalogare percorsi. Prevede una cabina di regia nazionale e un tavolo permanente con enti territoriali, associazioni e operatori. È un modello di governance cooperativa che richiama le migliori pratiche europee: coordinamento, monitoraggio e programmazione triennale. Il turismo lento viene esplicitamente riconosciuto come strumento di crescita equilibrata. Camminare significa distribuire flussi, sostenere economie locali, valorizzare patrimoni culturali diffusi. In quest’ottica, la promozione sui mercati esteri non è solo marketing, ma politica industriale leggera, capace di intercettare una domanda crescente di esperienze sostenibili.
La scelta di integrare le risorse esistenti, evitando nuovi oneri strutturali rilevanti, mostra attenzione agli equilibri di finanza pubblica, ma anche volontà di rendere stabile il quadro normativo.
Rigenerazione dei borghi e riuso del patrimonio pubblico
Uno degli aspetti più concreti riguarda la possibilità di rifunzionalizzare immobili pubblici inutilizzati – stazioni dismesse, edifici scolastici, case cantoniere – trasformandoli in ostelli, punti tappa o centri informativi. Qui si intrecciano diritto amministrativo e sviluppo locale: la valorizzazione del patrimonio pubblico diventa strumento di rigenerazione urbana e contrasto al degrado. Nei piccoli Comuni, spesso segnati da spopolamento, il passaggio di camminatori può sostenere artigianato, agricoltura di qualità, micro-ricettività. Non è assistenzialismo, ma attivazione di capitale territoriale. L’idea riformista è chiara: creare condizioni affinché le comunità producano reddito e servizi, anziché dipendere esclusivamente da trasferimenti compensativi.
Comuni montani e risorse: tra criteri oggettivi e clausole di salvaguardia
Parallelamente, il dibattito sulla nuova classificazione dei Comuni montani riporta al centro il tema delle aree interne. Dopo l’intervento del Ministro Roberto Calderoli, l’ANCI guidata da Gaetano Manfredi ha chiesto che l’aggiornamento dei parametri – basati su altitudine e pendenza – non si traduca in una perdita automatica di risorse. La classificazione non è un esercizio statistico: da essa dipendono fondi e agevolazioni. L’intesa raggiunta in Conferenza Unificata affida alle Regioni un ruolo di compensazione attraverso il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, con l’obiettivo di evitare effetti distorsivi. Il punto è politico oltre che tecnico. Razionalizzare i criteri è necessario per garantire uniformità e trasparenza; ma l’applicazione meccanica di indicatori morfologici non può ignorare condizioni socio-economiche reali. La sfida è coniugare rigore e flessibilità, evitando che un algoritmo sostituisca la responsabilità pubblica. Cammini e politiche per la montagna convergono su una stessa traiettoria: rafforzare le aree interne con strumenti strutturali, non emergenziali. Se l’attuazione sarà coerente, l’Italia potrà dimostrare che sostenibilità ambientale, equilibrio dei conti pubblici e giustizia territoriale non sono obiettivi alternativi, ma parti di una stessa strategia di modernizzazione.


