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Mariia, annegata nel lago durante la gita con il centro estivo: familiari risarciti con 1,3 milioni

Pubblicato: 17/03/2026 10:31

A quasi due anni dalla tragedia, arriva un importante sviluppo sul caso della morte della piccola Mariia Markovetska, la bambina di sette anni annegata durante una gita estiva. Ai familiari è stato riconosciuto un risarcimento pari a circa un milione e 300mila euro, versato dalla compagnia assicurativa legata all’istituto organizzatore dell’attività.

La vicenda, che aveva scosso profondamente la comunità locale, resta però al centro di un procedimento penale ancora in corso presso il tribunale di Treviso, dove quattro persone sono imputate con l’accusa di omicidio colposo.
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Il risarcimento e la scelta dei familiari

L’indennizzo è stato corrisposto ai genitori della bambina, ai nonni, a uno zio e alla sorella minore, presente anch’essa durante la giornata in cui si è consumata la tragedia. Il pagamento è avvenuto tramite l’assicurazione dell’Istituto San Giuseppe di Vittorio Veneto, struttura che aveva organizzato il centro estivo e la gita ai laghi di Revine.

Proprio il riconoscimento della somma ha portato i familiari a non costituirsi parte civile nel processo. Una decisione che non incide sull’andamento del procedimento penale, ma segna un passaggio rilevante sul piano civile della vicenda.

Le accuse e gli imputati

Nel processo sono coinvolte quattro persone con diversi ruoli organizzativi e di vigilanza durante l’uscita. Tra gli imputati figurano un’animatrice incaricata di seguire il gruppo di bambini, la responsabile vicaria della gita, la coordinatrice del centro estivo e la religiosa responsabile delle attività.

Secondo la ricostruzione accusatoria, la bambina si trovava in acqua insieme ad altri partecipanti quando si è verificato l’episodio fatale. Le indagini si concentrano sulla gestione della sicurezza e sulle eventuali responsabilità legate alla vigilanza dei minori.

La dinamica della tragedia

Gli accertamenti tecnici, supportati anche dall’esame autoptico, hanno stabilito che la causa del decesso è stata l’annegamento. La bambina sarebbe finita in una zona del lago con fondale più profondo, senza che gli adulti presenti riuscissero a intervenire tempestivamente.

Non è stata completamente esclusa l’ipotesi di un malore, ma le condizioni di salute della piccola risultavano buone. Un elemento ritenuto centrale è il fatto che la bambina non sapesse nuotare, circostanza che ha reso ancora più pericolosa la permanenza in acqua.

Le contestazioni sulla sicurezza

Uno dei punti chiave dell’accusa riguarda la presunta mancanza di adeguate misure di sicurezza durante la gita. Secondo la Procura, non sarebbe stato predisposto un servizio di sorveglianza balneare né adottati strumenti essenziali come dispositivi di galleggiamento o verifiche preventive sulle capacità natatorie dei bambini.

Un ulteriore elemento emerso riguarda le modalità con cui si è svolta la giornata. In base alle indicazioni iniziali, i partecipanti non avrebbero dovuto entrare in acqua. La decisione di fare il bagno sarebbe stata presa successivamente, dando origine a una situazione non pianificata che ha contribuito al verificarsi della tragedia.

Un processo ancora aperto

Mentre il capitolo civile si chiude con il risarcimento, resta aperto quello penale, destinato a chiarire le responsabilità individuali. Il procedimento in corso a Treviso dovrà stabilire se vi siano state negligenze o omissioni tali da configurare il reato contestato.

La morte della piccola Mariia continua a rappresentare un caso emblematico sul tema della sicurezza dei minori durante attività organizzate, con l’attenzione rivolta alle misure preventive e alla gestione dei rischi in contesti apparentemente controllati.

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