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Altre truppe italiane ritirate dal Golfo, Meloni si allontana dalla guerra di Trump e cerca la via dell’Onu

Pubblicato: 18/03/2026 06:52

ROMA. Il segnale è silenzioso ma molto chiaro: l’Italia continua a ridurre la propria presenza militare nel Golfo mentre la guerra voluta da Donald Trump contro l’Iran entra in una fase sempre più incerta. Nelle ultime ore un nuovo gruppo di militari italiani ha lasciato la base di Ali Al Salem, in Kuwait, dove fino a pochi giorni fa erano presenti 41 soldati. Ora ne restano poco più di venti, il minimo indispensabile per mantenere operativo l’avamposto senza chiuderlo. In parallelo, attraverso operazioni discrete coordinate dall’intelligence, altro personale dell’esercito è stato evacuato da Baghdad: prima il trasferimento nel Kurdistan iracheno, poi il passaggio in Turchia e infine il rientro in Italia. Anche da Erbil è prevista nelle prossime ore la partenza di una piccola pattuglia italiana. È quella che a Palazzo Chigi viene definita una “rimodulazione prudenziale”: un progressivo ripiegamento militare deciso dal governo mentre la tensione regionale cresce e le basi occidentali diventano obiettivi potenziali delle ritorsioni iraniane.

La cautela di Meloni davanti alla guerra

Dietro questo movimento militare c’è una scelta politica molto più ampia. Giorgia Meloni, che per oltre un anno ha costruito un rapporto privilegiato con Trump, ora si muove con estrema cautela. Nessuna rottura pubblica con il presidente americano, ma un progressivo distacco nei fatti. L’Italia ha infatti firmato la dichiarazione del G7 insieme agli altri Paesi europei senza gli Stati Uniti, e soprattutto ha rifiutato di partecipare alla missione militare nello Stretto di Hormuz proposta da Washington. Il ministro della Difesa Guido Crosetto lo ha spiegato in modo molto esplicito: una missione internazionale guidata dagli americani rischierebbe di apparire come un ingresso diretto nella guerra, mentre l’Italia preferirebbe un’operazione multilaterale sotto egida Onu. Il messaggio politico è evidente: Roma non vuole essere trascinata in un conflitto regionale che potrebbe allargarsi e destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente.

Il timore per il consenso e il referendum

Il governo sa anche che la guerra è un terreno politicamente pericoloso sul piano interno. In Italia l’opinione pubblica resta largamente contraria a un coinvolgimento militare diretto e sostenere apertamente l’offensiva americana significherebbe pagare un prezzo in termini di consenso. A rendere la situazione ancora più delicata c’è la scadenza del referendum costituzionale, ormai imminente, che trasforma ogni scelta di politica estera in un fattore potenzialmente decisivo per gli equilibri politici interni. Per questo Meloni evita lo scontro frontale con Trump ma moltiplica gli appelli alla diplomazia. La premier parla apertamente di una “crisi del diritto internazionale” segnata da decisioni unilaterali e istituzioni globali sempre più deboli, ribadendo che l’Italia non partecipa agli attacchi contro Teheran e che l’obiettivo resta la de-escalation.

I dubbi sull’offensiva americana

Nelle stanze del governo, intanto, cresce anche lo scetticismo sulla strategia americana. I rapporti dell’intelligence che circolano nelle ultime ore descrivono una situazione molto più complessa di quanto previsto da Washington: le capacità militari dell’Iran non sarebbero state indebolite in modo decisivo e la produzione bellica proseguirebbe nei grandi complessi sotterranei costruiti negli ultimi anni. È questa la domanda che circola sempre più spesso nei palazzi della politica europea: possibile che gli Stati Uniti non avessero previsto una simile resilienza del sistema militare iraniano? Per Meloni, che aveva puntato sulla capacità negoziale del presidente americano, è un interrogativo politicamente scivoloso. Ed è anche uno dei motivi per cui, mentre i bombardamenti continuano in Medio Oriente, l’Italia sta lentamente facendo un passo indietro.

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