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Focolaio di epatite A a Napoli. Quali sono i sintomi, come si prende e chi dovrebbe fare il vaccino

Pubblicato: 20/03/2026 16:46

L’allarme sanitario scuote il cuore di Napoli, dove un’impennata di casi di epatite A ha costretto le autorità a correre ai ripari con misure drastiche. Il sindaco Gaetano Manfredi ha firmato un’ordinanza che impone il «divieto assoluto di consumare frutti di mare crudi», nel tentativo di arginare un focolaio che presenta numeri inquietanti: i contagi sono superiori di 10 volte rispetto alla media dell’ultimo decennio. Dall’inizio dell’anno si contano già 150 casi e circa 50 ricoveri; solo nella giornata del 19 marzo, 14 persone sono state accolte all’ospedale Cotugno, mentre un 46enne è stato trasferito d’urgenza al Cardarelli in condizioni critiche.

Un virus insidioso: dal contagio alla sintomatologia

L’epatite A è una patologia acuta del fegato scatenata da un virus a Rna (Hav). Il pericolo principale risiede nella sua latenza: i sintomi non si manifestano immediatamente, ma compaiono dopo un periodo che varia dalle due alle sei settimane dal contagio. Il quadro clinico è debilitante e comprende «nausea, vomito, diarrea, ittero (occhi e pelle assumono un colore giallastro), urine scure, feci chiare, febbre e dolore addominale», oltre a un significativo innalzamento di transaminasi e bilirubina. Sebbene la guarigione porti a un’immunità permanente e non vi sia rischio di cronicizzazione, il decorso può durare mesi. Nei soggetti sopra i 50 anni, la letalità può raggiungere l’1,8%, con rischi di forme fulminanti.

La trasmissione segue la via oro-fecale. Il contagio avviene spesso attraverso il consumo di cibi o acqua contaminati, in particolare «molluschi, allevati in acque contaminate da scarichi fognari», o per contatto diretto con persone infette che non hanno rispettato rigorose norme igieniche. Anche determinati comportamenti sessuali, come il contatto orale-anale, rappresentano un veicolo di diffusione. È importante sottolineare che il virus è presente nelle feci già 7-10 giorni prima che il paziente avverta i primi malesseri, rendendo la prevenzione estremamente complessa in assenza di screening.

Terapie e l’importanza della prevenzione vaccinale

Non esiste attualmente una cura antivirale specifica; la gestione medica punta ad alleviare i sintomi e a garantire «un’adeguata idratazione e nutrizione». Gli esperti raccomandano di evitare assolutamente farmaci potenzialmente tossici per il fegato, come il paracetamolo, durante la fase acuta. La vera arma resta la prevenzione, che passa per il lavaggio costante delle mani, la cottura accurata degli alimenti e, soprattutto, la vaccinazione. Quest’ultima è caldamente raccomandata a viaggiatori diretti in aree endemiche, familiari di soggetti infetti, lavoratori di laboratorio e persone con patologie epatiche croniche.

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