
C’è una domanda che aleggia sopra il risultato del referendum: quanto pesa davvero questa sconfitta per Giorgia Meloni? Perché il quadro che si è sedimentato nelle ultime settimane è oggettivamente pesante. Una sequenza di inciampi che, presi singolarmente, potevano essere assorbiti, ma che messi insieme costruiscono un racconto difficile da governare: Tajani trasformato in meme, il viaggio opaco di Crosetto a Dubai, il caso Del Mastro con annesso imbarazzo istituzionale, La Russa sopra le righe, una Rai percepita come schierata ma sempre meno seguita. E poi il contesto internazionale, con la guerra e l’effetto Trump che travolge anche la politica interna.
Per la prima volta, il talento politico di Meloni, fin qui indiscutibile, sembra non bastare a coprire le crepe. Il referendum, che doveva essere una prova di forza, si è trasformato in un boomerang. Nemmeno l’ultimo intervento sulle accise è riuscito a invertire il clima. Il risultato è una sconfitta politica netta, che segna una discontinuità.
Non è il 2011, ma qualcosa si muove
Il paragone con il referendum del 2011, quello sull’acqua pubblica che accelerò la fine del berlusconismo, viene naturale. Anche oggi si registra una partecipazione alta, una mobilitazione che va oltre i partiti e che intercetta un disagio più ampio. Ma il contesto è diverso: Meloni non è Berlusconi, e soprattutto ha dimostrato in più occasioni una capacità di adattamento e rilancio che nel centrodestra mancava da tempo.
La differenza sta tutta qui. Questa non è necessariamente l’inizio della fine, ma è sicuramente la fine di una fase. Quella dell’egemonia incontrastata, della narrazione senza contraddittorio, della gestione politica senza veri costi.
Le mosse possibili: contrattacco, rimpasto o cambio di agenda
E adesso? È qui che si gioca la partita vera. Perché Meloni ha davanti diverse opzioni, e nessuna è neutra.
La prima è il contrattacco politico, provando a delegittimare il risultato come espressione di un fronte eterogeneo e non coeso. Una strategia già vista, che punta a ricompattare la maggioranza e a riportare il confronto sul terreno identitario.
La seconda è un rimpasto mirato, con qualche testa che potrebbe cadere per dare un segnale di discontinuità. In questo scenario, il nome di Del Mastro resta il più esposto: sacrificabile, politicamente utile, funzionale a chiudere una fase. Molto più difficile immaginare scosse ai vertici veri del governo.
La terza opzione, forse la più insidiosa ma anche la più efficace, è il cambio di agenda. Spostare il baricentro su economia, sicurezza, politica internazionale, togliendo centralità alla giustizia e a un terreno che si è rivelato scivoloso. È una strategia che Meloni ha già usato in passato: non inseguire la crisi, ma aggirarla.
In filigrana, resta una consapevolezza: questa sconfitta è un campanello d’allarme, non una condanna. Ma se ignorato, può diventare qualcosa di più. Perché il referendum ha dimostrato che, quando si crea un fronte largo contro il governo, la maggioranza non è invincibile.
La differenza, ancora una volta, la farà la capacità di leggere il momento. E su questo, finora, Meloni ha sempre dimostrato di avere un vantaggio.


