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Terremoto nel governo, dietro le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi c’è la scelta di Meloni: l’ordine arrivato da Palazzo Chigi

Pubblicato: 24/03/2026 19:44

Roma. Più che dimissioni, un segnale politico. Più che un passo indietro individuale, una mossa decisa al vertice. Nelle ore successive al terremoto che ha investito il governo, con l’uscita di Andrea Delmastro e della capo di gabinetto di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, la lettura che circola negli ambienti di maggioranza è netta: la decisione è stata presa direttamente da Giorgia Meloni. Non una dinamica autonoma, non un logoramento arrivato a maturazione, ma un intervento dall’alto, pensato e calibrato. “L’ordine è arrivato da Palazzo Chigi”, è la sintesi che rimbalza tra parlamentari e dirigenti, dove si parla apertamente di un riassetto imposto, più che di dimissioni.

A rafforzare questa interpretazione contribuisce anche il tono della lettera di commiato di Delmastro, in cui il riferimento all’“affetto” verso la premier viene letto come la conferma di un rapporto rimasto saldo. Nessuna rottura politica, dunque, ma una scelta che nasce dentro un perimetro condiviso e che risponde a un’esigenza più ampia. In questa chiave, l’uscita di scena dei due diventa il primo atto visibile di una strategia: intervenire prima che la crisi si trasformi in una deriva, segnare un cambio di passo senza arrivare allo scontro frontale.

La mossa dopo il referendum

Il tempismo non è casuale. La decisione arriva subito dopo la sconfitta del referendum sulla giustizia, ma secondo diverse ricostruzioni era già stata valutata nei giorni precedenti. Meloni avrebbe scelto di non muoversi prima del voto, per evitare di trasformare una fase già complicata in un ulteriore elemento di debolezza. Poi, a urne chiuse, l’accelerazione. Un intervento rapido, quasi immediato, per dimostrare che il governo non arretra ma reagisce.

In questo senso, le dimissioni assumono un significato che va oltre i singoli casi. Sono il segnale di una volontà di riprendere l’iniziativa politica, dopo settimane segnate da tensioni interne, polemiche e difficoltà. Anche perché il quadro generale resta fragile: il dossier sulla riforma della giustizia è ancora aperto, e il risultato referendario ha mostrato crepe che non possono essere ignorate. Da qui la scelta di stringere, di intervenire, di evitare che il logoramento continui a sedimentarsi.

Verso la lunga campagna elettorale

Ma c’è anche un altro livello, più strategico. Nei ragionamenti che si fanno dentro la maggioranza, il tempo politico è già cambiato. Manca ancora circa un anno e mezzo alle elezioni, ma la sensazione è che la fase della campagna elettorale sia già iniziata. E in questo scenario diventa centrale arrivare a quell’appuntamento con un risultato da rivendicare e con un assetto più solido.

Per questo, insieme al riassetto interno, torna con forza il tema della legge elettorale e della necessità di evitare uno scenario di equilibrio instabile. Il timore, nella lettura della premier, è quello di un pareggio che renda difficile governare. Da qui l’esigenza di intervenire prima, di costruire le condizioni politiche per il voto, di non lasciare che siano gli eventi a dettare i tempi. Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, in questo quadro, non sono un episodio isolato ma il primo tassello di una fase nuova: quella in cui il governo prova a trasformare una difficoltà in un rilancio, e a riportare tutto sotto il controllo di Palazzo Chigi.

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