
Dopo la sconfitta al referendum, Giorgia Meloni si chiude nel silenzio e nella riflessione. Lontana da Palazzo Chigi e dalla sede di Fratelli d’Italia, la premier ha vissuto le ore successive al voto nella sua abitazione privata, con uno staff ridottissimo e pochi interlocutori fidati. Il primo commento che filtra è amaro: “È un Paese difficile da cambiare”. Subito dopo, però, arriva la linea politica: “Nulla cambia, si va avanti, secondo programma”. Una posizione ribadita nei contatti con gli alleati Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi, tra telefonate e messaggi utili a tenere compatta la maggioranza.
La consapevolezza, però, è nuova: per la prima volta dopo anni di consenso crescente, Meloni si trova davanti a una sconfitta netta. E allora la priorità diventa un’altra: “Stringere i bulloni della macchina fino alle prossime elezioni”. Come farlo è ancora tutto da definire, ma nella bussola della premier alcune indicazioni emergono già: il premierato può aspettare, mentre la legge elettorale torna centrale, salvo le incognite legate alle posizioni della Lega.
Il “triangolo delle Bermuda” della Giustizia
Nel bilancio interno della campagna referendaria, a pesare sono soprattutto gli errori e le vicende che hanno indebolito il fronte del Sì. Nelle valutazioni della premier e del suo cerchio ristretto, gli inciampi sono stati “tanti, troppi, evitabili”. E il punto più critico resta il ministero della Giustizia, definito da più parti nella maggioranza come il “triangolo delle Bermuda” della campagna.
In questo quadro, emergono due nomi considerati problematici. Il primo è quello di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Carlo Nordio, le cui dichiarazioni sulla magistratura come “plotone d’esecuzione” vengono ritenute un passaggio che ha avuto un impatto negativo sui sondaggi. Il secondo è quello del sottosegretario Andrea Delmastro, già al centro di polemiche e ora descritto internamente come una “spina nel fianco” per la leadership.
Le due posizioni, secondo quanto filtra, sarebbero legate anche sul piano politico: “Bartolozzi e Delmastro si tengono a vicenda” è una convinzione diffusa tra gli alleati. Ma al momento non emergono richieste ufficiali di intervento, segno che la linea è quella di contenere la crisi senza aprire nuovi fronti.
Un equilibrio da ricostruire nella maggioranza
Le interlocuzioni con Tajani e Salvini servono soprattutto a questo: evitare che la sconfitta si trasformi in una crisi politica. Dietro le dichiarazioni ufficiali, però, affiorano tensioni e letture divergenti. Da un lato, in Forza Italia si sottolineano le difficoltà della Lega; dall’altro, dal Carroccio si fa notare come una parte significativa dei voti contrari alla riforma provenga proprio dall’elettorato azzurro.
Il timore condiviso è quello di un logoramento progressivo, che potrebbe accompagnare la maggioranza nei prossimi mesi. Per questo, la strategia di Meloni sembra orientata a guadagnare tempo, ricompattare il fronte interno e ricalibrare le priorità politiche, evitando scosse immediate ma preparando una fase nuova.
La partita, insomma, non si chiude con il referendum. Anzi, per la premier inizia adesso la fase più delicata: quella in cui dimostrare di saper gestire non solo il consenso, ma anche la sconfitta.


