
A pochi mesi dalla tragedia di Capodanno al Constellation di Crans-Montana, emergono nuovi dettagli destinati a riaccendere il dibattito sulle responsabilità e sulle falle nei sistemi di sicurezza. Secondo quanto riportato da fonti investigative, la porta di sicurezza situata al piano terreno del locale sarebbe stata chiusa con un chiavistello pochi istanti prima dello scoppio dell’incendio che ha provocato la morte di 41 persone, tra cui sei giovani italiani.
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La dinamica dei fatti
L’elemento chiave arriva dall’analisi delle immagini delle telecamere interne, esaminate dalla polizia del Canton Vallese. Un filmato della durata di 31 secondi, acquisito agli atti dell’inchiesta, documenterebbe che intorno all’1:26 un dipendente avrebbe aperto la porta per consentire l’ingresso a un uomo. Quest’ultimo, una volta entrato, avrebbe compiuto alcuni movimenti compatibili con la chiusura del chiavistello.
Pochi secondi dopo, sempre secondo la ricostruzione investigativa, sarebbero state accese delle candele pirotecniche posizionate su bottiglie di champagne, considerate l’origine del rogo. Le fiamme si sarebbero propagate rapidamente all’interno del discobar, trasformando il locale in una trappola per decine di presenti.

Il nodo della porta di sicurezza
Il presunto blocco dell’uscita di emergenza rappresenta uno dei punti più controversi dell’intera vicenda. La chiusura della via di fuga avrebbe infatti impedito un deflusso rapido dei clienti, contribuendo in modo determinante all’alto numero di vittime.
Sulla questione emergono versioni contrastanti. La proprietaria del locale, Jessica Moretti, ha dichiarato agli inquirenti che la porta non veniva mai chiusa. Di diverso tenore la testimonianza di Jankovic Predrag, buttafuori in servizio quella notte, che avrebbe riferito di aver sentito conversazioni interne in cui si sosteneva la necessità di mantenere le porte chiuse.
Le indagini e le testimonianze
Nel frattempo prosegue l’attività della magistratura svizzera. Nella giornata del 25 marzo è prevista l’audizione di Rozerin Ozkaytan, fotografa del locale e sopravvissuta all’incendio dopo settimane di coma. La sua testimonianza è considerata particolarmente rilevante per chiarire gli ultimi momenti prima della tragedia.
A partire dal 7 aprile, invece, saranno interrogati cinque amministratori comunali, tra cui il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud. Si tratta degli ultimi tra i nove indagati nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla procura di Sion.

La cooperazione tra Italia e Svizzera
Parallelamente, si rafforza la collaborazione tra le autorità giudiziarie italiane e svizzere. Nelle giornate del 25 e 26 marzo, i magistrati della procura di Roma si recheranno a Sion per acquisire gli atti dell’indagine elvetica ritenuti utili al procedimento aperto nella capitale italiana.
Gli inquirenti italiani ipotizzano i reati di disastro colposo e omicidio colposo, avviando così un percorso di cooperazione internazionale definito come “rafforzato” nel vertice istituzionale tenutosi a Berna il 19 febbraio scorso.
L’obiettivo comune resta quello di fare piena luce su una tragedia che ha segnato profondamente l’opinione pubblica europea, individuando eventuali responsabilità e verificando il rispetto delle normative in materia di sicurezza nei locali pubblici.


