
La resa dei conti è iniziata. Dentro Forza Italia si apre una fase di tensione che porta la firma di Marina Berlusconi, decisa a rimettere ordine dopo il tonfo referendario. Il segnale è chiaro: fuori gli uomini di Tajani, mentre prende corpo un’operazione interna guidata da Claudio Lotito, impegnato a raccogliere adesioni per far dimettere Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato. Tra i firmatari spiccano Maria Elisabetta Alberti Casellati e Paolo Zangrillo, mentre sullo sfondo si fa largo l’ipotesi Stefania Craxi.
«Partita finisce quando arbitro fischia». Il richiamo a Vujadin Boškov, citato da Antonio Tajani, suona come un epitaffio politico: il fischio è arrivato, e il risultato è amaro. Il progetto simbolo del partito, la riforma della giustizia cara al Cavaliere, si arena. E con esso si incrina l’immagine di una leadership che fino all’ultimo aveva scommesso sulla vittoria.
Nel pomeriggio, il segretario prova a contenere i danni: «Il popolo sovrano si è espresso, e noi ci inchiniamo». Toni istituzionali, quasi notarili. Tajani rassicura: governo saldo, nessuna scossa immediata, priorità al lavoro su legge elettorale e Partito Popolare Europeo. Ma nel partito, lontano dai riflettori, cresce il malumore.

Parte così l’analisi del voto, inevitabile e già carica di tensioni. «Abbiamo fatto tutto il possibile», insiste Tajani. Una linea difensiva che però non convince tutti. Perché la sconfitta pesa, e pesa soprattutto su un partito che vive ancora dell’eredità politica di Silvio Berlusconi.
È proprio dalla famiglia che arriva il segnale più forte. Marina e Pier Silvio Berlusconi non nascondono la delusione: si sono esposti, hanno spinto la campagna, e ora chiedono risposte. Ufficialmente nessuna resa dei conti, ma nei contatti con dirigenti e fedelissimi emerge una linea più severa. La parola chiave è una: responsabilità.
Qualcosa, nella macchina azzurra, si è inceppato. Nell’analisi dei “fratelli” di Arcore entrano fattori internazionali – dall’ombra di Donald Trump alla crisi con l’Iran – ma anche criticità tutte italiane. Sotto accusa finiscono le sbandate del ministero della Giustizia, tra casi controversi e dichiarazioni sopra le righe che hanno indebolito la credibilità della riforma.
Non è lo stile invocato da Marina, che aveva chiesto di “liberare il dibattito” dalle gabbie ideologiche. Un messaggio rimasto inascoltato, mentre la campagna si trasformava in uno scontro frontale con la magistratura, lontano da quell’equilibrio liberale che storicamente Forza Italia rivendica.
Intanto a Palazzo Chigi cresce la preoccupazione. Il timore è che da Arcore possa partire la richiesta di una virata politica, magari per smarcarsi dal centrodestra a trazione Giorgia Meloni. Tajani smentisce: «Forza Italia resterà nel centrodestra». Ma le fibrillazioni interne raccontano un’altra storia, fatta di correnti e riposizionamenti.
E qui si arriva al punto: le prossime mosse. Zangrillo parla di «grande rammarico», Gasparri invita alla prudenza. Ma dietro le dichiarazioni ufficiali si muove la vera partita: riunioni imminenti, conti da regolare, leadership da ridefinire. Le diserzioni elettorali, i risultati deludenti in Sicilia e Calabria, le crepe territoriali. Tutto alimenta la domanda che attraversa il partito: chi paga il prezzo della sconfitta?


