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Santanchè lascia il governo e accusa: “FdI è diventato giustizialista”. Ma la partita non è chiusa

Pubblicato: 26/03/2026 07:09

Il passo indietro è arrivato, ma non ha il sapore della resa. Daniela Santanchè si dimette dal ministero del Turismo e lo fa con parole che pesano più del gesto politico: partito giustizialista, tradimento, doppiopesismo. È una rottura che non diventa strappo definitivo, ma che segna una crepa profonda dentro Fratelli d’Italia, nel momento in cui la leadership di Giorgia Meloni prova a ricompattare il quadro dopo il terremoto del referendum.

La ministra uscente si racconta agli amici come una figura scaricata, più che sconfitta. Parla di una decisione arrivata all’improvviso, maturata in poche ore, senza segnali premonitori nemmeno nell’ultimo incontro con la premier. Eppure la sensazione, dentro il partito, è che il conto fosse aperto da tempo, legato alle inchieste giudiziarie e a una convivenza mai davvero pacificata con una parte consistente della classe dirigente.

Il peso del partito e il nodo giustizia

Nel suo sfogo, Santanchè non si limita a difendere se stessa. Attacca un principio. L’idea che FdI abbia cambiato linea nel giro di una notte, piegandosi a una logica giustizialista che fino a ieri contestava agli avversari. È qui che si consuma il vero scontro politico: non sulle dimissioni in sé, ma sul significato che assumono.

La ex ministra evoca apertamente un doppiopesismo, citando altri esponenti del partito rimasti al loro posto nonostante vicende giudiziarie. Il messaggio è chiaro: la sua uscita non sarebbe frutto di una regola, ma di una scelta politica mirata, resa necessaria dal clima post-referendario e dalla pressione interna. In questa lettura, Santanchè diventa il simbolo di una gestione del potere che seleziona i sacrificabili.

La scelta di restare e la strategia del futuro

Eppure, nonostante l’amarezza, la linea è quella della continuità. Santanchè non lascia Fratelli d’Italia, non cerca nuovi approdi e respinge l’ipotesi di migrazioni politiche. Resta, ma cambia ruolo: si definisce una senatrice semplice, rivendicando una libertà che il ministero non consentiva più.

Dietro questa scelta c’è una strategia evidente. Restare dentro il partito significa non chiudere la partita, mantenere una posizione e aspettare che il quadro politico evolva. Anche perché, nei racconti che filtrano da via della Scrofa, il suo nome continua a circolare tra ipotesi di ricandidatura e scenari futuri, sebbene senza certezze.

Dimissioni forzate o scelta politica

Il nodo resta quello delle dimissioni. Spontanee nella forma, politiche nella sostanza. Santanchè rivendica la propria posizione, sottolinea la distanza da altri casi e insiste sul fatto di non voler essere il capro espiatorio della crisi. Ma il contesto racconta altro: una decisione maturata ai vertici, con il coinvolgimento di figure chiave del partito e un equilibrio da ricostruire rapidamente.

Il risultato è un’uscita che non chiude la storia. Piuttosto, la sposta su un altro piano. Santanchè si definisce “più leggera”, ma politicamente resta in campo, con la consapevolezza che nella politica italiana le dimissioni non sono mai la fine, ma spesso l’inizio di una nuova fase.

Nel suo ultimo messaggio agli amici c’è tutta la cifra del personaggio: una porta che si chiude, un portone che si apre. Non è solo ottimismo. È una dichiarazione di sopravvivenza politica.

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