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Madre e figlia avvelenate a Campobasso, si indaga per omicidio: sospetti sui familiari

Pubblicato: 01/04/2026 07:56

Il caso della morte di Antonella Di Jelsi e di sua figlia Sara Di Vita, avvenuto poco dopo il periodo natalizio a Campobasso, ha subito una svolta drammatica e inaspettata che sposta l’asse delle indagini da un possibile errore medico a uno scenario molto più inquietante. Quella che inizialmente sembrava una tragica intossicazione alimentare accidentale, forse legata al consumo di funghi o polenta contaminata, si è trasformata in un’indagine per duplice omicidio premeditato. La Procura di Larino ha infatti aperto un nuovo fascicolo dopo che le analisi tossicologiche, condotte non solo in centri di eccellenza italiani ma anche in Svizzera e negli Stati Uniti, hanno rivelato la presenza di ricina nel sangue delle vittime. Questa sostanza è un veleno estremamente potente, derivato dalla pianta del ricino, che non lascia scampo se ingerito in dosi significative e che richiede una certa competenza per essere isolato e somministrato.

Il ritrovamento della ricina e i sospetti

La scoperta della ricina ha completamente riscritto la narrazione della vicenda. Mentre nelle prime fasi i riflettori erano puntati sulla gestione ospedaliera del pronto soccorso del Cardarelli, dove madre e figlia erano state visitate e inizialmente dimesse, oggi l’attenzione degli inquirenti si è spostata drasticamente verso l’ambito familiare e relazionale. Il sospetto di un avvelenamento doloso nasce dal fatto che la ricina non è un contaminante comune che si può trovare casualmente nel cibo domestico. Gli esperti sottolineano come questa tossina provochi sintomi devastanti come nausea, vomito, diarrea e un progressivo collasso degli organi interni. Il fatto che le tracce siano state confermate da laboratori internazionali indica la volontà della magistratura di avere una certezza scientifica assoluta prima di procedere con l’ipotesi del delitto volontario.

Le indagini nel nucleo familiare

Gli investigatori stanno ora setacciando la vita privata della famiglia Di Vita a Pietracatella. Al centro degli accertamenti ci sono i rapporti interni, eventuali tensioni nascoste o dissapori che potrebbero aver spinto qualcuno a compiere un gesto così estremo. In questo contesto, ogni dettaglio diventa fondamentale, dalle dinamiche tra i coniugi alle frequentazioni della giovane Sara, appena quindicenne al momento del decesso. Anche il marito di Antonella, Gianni Di Vita, ex sindaco del paese, era rimasto intossicato nei giorni di Natale, ma a differenza della moglie e della figlia è riuscito a sopravvivere dopo un periodo in rianimazione. La figlia maggiore della coppia è invece l’unica a non aver accusato malori, poiché non era presente alla cena fatale. Questa disparità di effetti tra i membri della famiglia è uno degli elementi che la Procura sta analizzando con maggiore cura per capire come e quando il veleno sia stato introdotto.

Il ruolo della comunità locale

Pietracatella è un borgo di circa milleduecento anime dove la notizia ha scosso profondamente l’opinione pubblica. Il sindaco Antonio Tomassone ha espresso incredulità di fronte all’ipotesi dell’omicidio, descrivendo la comunità come pacifica e priva di conflitti evidenti. Nonostante il clima di apparente serenità, gli inquirenti non escludono alcuna pista e stanno verificando se dietro la facciata di una famiglia rispettata si nascondessero ombre o minacce provenienti dall’esterno. Il sequestro dell’abitazione continua a essere un punto fermo dell’indagine, poiché si ritiene che proprio tra quelle mura sia avvenuta la somministrazione della sostanza letale. La difficoltà nel reperire la ricina e la necessità di conoscenze specifiche per maneggiarla suggeriscono che chi ha agito lo abbia fatto con una pianificazione meticolosa, forse traendo ispirazione da contesti fittizi o manuali tecnici.

Il doppio binario giudiziario

Attualmente la vicenda procede su due binari paralleli ma distinti. Da un lato esiste l’inchiesta della Procura di Campobasso che vede cinque medici indagati per omicidio colposo e responsabilità sanitaria, legata alla presunta sottovalutazione dei sintomi durante i primi accessi in ospedale delle due donne. Dall’altro lato, la Procura di Larino guida ora il filone principale sul duplice omicidio, che potrebbe scagionare il personale sanitario se venisse dimostrato che la dose di veleno era comunque letale a prescindere dalle cure prestate. La complessità del quadro probatorio richiede ulteriori esami sui campioni di cibo ancora sotto sequestro, tra cui diciannove diversi tipi di alimenti, per individuare il veicolo esatto utilizzato per veicolare la ricina. Resta il dolore di una comunità e il mistero su un crimine che appare studiato nei minimi dettagli per sembrare un banale incidente domestico.

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