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Giovanni Allevi dopo il mieloma: “Il mostro ora dorme e io vivo pericolosamente”

Pubblicato: 04/04/2026 19:37

Giovanni Allevi torna a raccontare la sua battaglia contro il mieloma multiplo, la malattia del sangue che gli è stata diagnosticata nel 2022 e che ha profondamente segnato la sua vita, personale e artistica. Ospite a Verissimo, il compositore ha offerto un racconto lucido e intenso del suo percorso, senza nascondere le difficoltà ma nemmeno rinunciando a uno sguardo aperto alla speranza.

“Oggi sto bene”, ha spiegato, chiarendo però subito come la malattia abbia lasciato segni profondi e permanenti. Non si tratta di una guarigione definitiva, ma di una fase di equilibrio fragile, conquistata dopo mesi di cure invasive e di una lunga degenza ospedaliera. Una condizione che impone cautela, ma che allo stesso tempo gli consente di tornare a vivere e a progettare.

Le conseguenze fisiche: dolore, limiti e una nuova quotidianità

Il racconto di Allevi non elude la dimensione più concreta della malattia. Il compositore ha spiegato di convivere ancora oggi con dolori cronici alla schiena, causati da due vertebre fratturate, che lo obbligano a indossare un busto. A questo si aggiungono altri sintomi persistenti: formicolii alle mani, improvvisi sbalzi di temperatura e una stanchezza costante che accompagna le sue giornate.

Si tratta di una condizione che impone un ritmo diverso, più lento, ma che non ha cancellato la sua volontà di continuare a creare e a esprimersi. La malattia, in questo senso, non è stata solo una prova fisica, ma anche un’esperienza che ha trasformato il suo rapporto con il corpo e con il tempo.

Il momento più buio: “Ero tra la vita e la morte”

Allevi ha ricordato con estrema sincerità il momento più difficile del suo percorso, quello in cui le cure sembravano non funzionare e la sua condizione appariva compromessa. Dopo la chemioterapia, il suo peso era sceso fino a 63 chili e la percezione era quella di trovarsi “in bilico tra la vita e la morte”.

È in quel punto estremo che è maturata una riflessione decisiva. “Mi sono chiesto chi fossi davvero”, ha raccontato. Se fosse solo il dolore, la malattia, la sofferenza, oppure se dentro di sé esistesse qualcosa di più profondo, una dimensione non intaccabile da ciò che stava vivendo.

Da questa domanda è nata una consapevolezza che oggi guida il suo modo di affrontare le difficoltà: “la sofferenza è una nuvola, ma io sono il cielo”. Un’immagine che sintetizza il tentativo di distinguere tra ciò che accade e ciò che si è, tra il dolore e l’identità più profonda.

La musica come ancora: creare anche nel dolore

Durante la degenza, in un periodo segnato dall’isolamento e dalla fragilità, la musica è diventata uno strumento fondamentale di resistenza. Allevi ha raccontato di aver continuato a comporre anche dal letto d’ospedale, trasformando la malattia in materia artistica.

È proprio in quel contesto che è nato un concerto per violoncello e orchestra, costruito a partire da sette note che rappresentano una trasposizione musicale della parola “mieloma”. Un gesto simbolico e creativo, che gli ha permesso di dare forma al dolore e, in qualche modo, di affrontarlo.

La musica, dunque, non solo come professione ma come strumento di sopravvivenza, capace di offrire un senso anche nei momenti più difficili.

“Il mostro dorme”: vivere nel presente senza illusioni

Allevi non nasconde la natura della sua malattia, che resta cronica e richiede cure continue. La definisce un “mostro”, consapevole che potrebbe riattivarsi in qualsiasi momento. “So che potrebbe svegliarsi e mangiarmi in un solo boccone”, ha detto, con una lucidità che non lascia spazio a illusioni.

Eppure, proprio da questa consapevolezza nasce una nuova filosofia di vita. “Finché dorme, io vivo pericolosamente”, ha spiegato, indicando una scelta precisa: vivere il presente con intensità, senza rimandare, senza dare nulla per scontato.

Il futuro, in questa prospettiva, perde la sua centralità. “Il mio domani non può spingersi troppo in là”, ha ammesso, anche alla luce delle statistiche legate alla malattia. Ma allo stesso tempo rifiuta di accettare un destino già scritto, mantenendo viva la speranza in un esito positivo.

Una lezione di vita: il presente come spazio da abitare

La malattia ha cambiato radicalmente il suo modo di guardare alla vita. “Il mio domani è diventato un presente allargato”, ha detto, sintetizzando una trasformazione profonda. Ogni momento viene vissuto come un’occasione, come qualcosa di prezioso.

È una consapevolezza che, come lui stesso riconosce, nasce proprio dall’esperienza del dolore. “Senza il buio della malattia non sarei arrivato a questa visione”, ha spiegato, indicando nella sofferenza non solo una prova, ma anche un passaggio che ha aperto nuove prospettive.

Una testimonianza che va oltre la dimensione personale e diventa racconto universale: quello di chi, pur convivendo con la fragilità, sceglie di continuare a vivere con intensità, cercando senso anche nelle situazioni più difficili.

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