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Trump il perdente, in un mese ha solo rafforzato i pasdaran. Fischi a scena aperta

Pubblicato: 08/04/2026 18:44

C’è un dato che non si può aggirare, per quanto lo si voglia raccontare in altro modo: in un mese di guerra gli Stati Uniti non hanno piegato l’Iran, hanno finito per rafforzarlo. Trump aveva aperto lo scontro con una promessa implicita di dominio, con la retorica della forza totale, con l’idea di poter ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Oggi si ritrova con una tregua di due settimane, ottenuta all’ultimo momento, e con un avversario che non solo è ancora in piedi, ma si presenta più solido di prima.

Il passaggio decisivo è tutto qui: i Pasdaran escono da questa crisi più forti. Non perché abbiano vinto sul campo in senso classico, ma perché hanno dimostrato di poter reggere l’urto della prima potenza militare del mondo senza cedere sui punti fondamentali. In politica interna questo è oro. Significa consenso, significa legittimazione, significa poter dire alla propria popolazione che lo scontro con l’America non ha portato alla resa, ma a una posizione di forza. E in un sistema come quello iraniano, questo sposta equilibri veri.

Poi c’è il nodo che racconta meglio di tutti gli altri cosa è successo davvero: lo Stretto di Hormuz. Prima della guerra era un passaggio strategico sotto tensione, ma di fatto aperto. Oggi è diventato uno strumento politico esplicito. L’Iran ha mostrato di poterlo condizionare, di poter incidere sul traffico energetico globale, di poter trasformare una rotta in una leva. In altre parole, ciò che prima era un equilibrio instabile ma gratuito, adesso è qualcosa che si paga, in termini economici e geopolitici.

Questo significa una cosa molto semplice e molto dura: la guerra ha prodotto un aumento del potere contrattuale di Teheran. Non lo ha ridotto, lo ha ampliato. E quando una guerra rafforza la capacità negoziale del tuo avversario, il risultato non è ambiguo. È negativo.

Nel frattempo, gli obiettivi dichiarati da Washington restano sospesi. Il programma nucleare non è stato smantellato. Non è stato neutralizzato. È rimasto lì, intatto nei suoi elementi essenziali. Il regime non è stato indebolito in modo decisivo. Non c’è stato alcun cambio strutturale negli equilibri regionali. Tutto ciò che doveva cambiare, in realtà, è rimasto com’era.

La sequenza dei fatti è quasi brutale nella sua chiarezza: Trump alza il livello dello scontro fino a sfiorare un’escalation totale, poi si ferma. Non perché abbia raggiunto gli obiettivi, ma perché andare oltre avrebbe significato entrare in un terreno incontrollabile, troppo costoso sul piano economico e politico. La tregua diventa così una via d’uscita, non un punto di arrivo.

E allora la lettura finale è inevitabile. Questa guerra doveva dimostrare la forza americana. Ha finito per mostrare il suo limite. Doveva ridimensionare l’Iran. Ha finito per rafforzarne le strutture più dure, a partire dai Pasdaran. Doveva ristabilire un controllo. Ha aperto uno spazio di negoziazione in cui Teheran pesa più di prima.

“Fischi a scena aperta” non è solo un’immagine. È la sintesi politica di ciò che resta: una promessa di dominio che si chiude con una sospensione, un avversario più forte e nessun risultato decisivo portato a casa.

Altro che vittoria. Questa è la fotografia di una sconfitta costruita passo dopo passo.

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