
La decisione è arrivata alla fine, nonostante le resistenze e i risultati. Giorgia Meloni ha scelto di cambiare i vertici di Leonardo, sostituendo l’amministratore delegato Roberto Cingolani con Lorenzo Mariani, mentre alla presidenza è stato indicato Francesco Macrì. Una scelta che ha sorpreso il mercato, irritato per l’uscita di scena di un manager che aveva portato risultati solidi, e che ha aperto una frattura politica interna, con il ministro della Difesa Guido Crosetto contrario fino all’ultimo. Dietro la decisione non c’è una sola spiegazione, ma una stratificazione di motivazioni industriali, politiche e personali.
Il nodo centrale sembra essere il progetto Michelangelo Dome, un sistema di difesa basato su intelligenza artificiale per la protezione dello spazio aereo, concepito sulla falsariga dell’Iron Dome israeliano. L’annuncio pubblico di Cingolani ha rappresentato un punto di svolta, non tanto per il contenuto tecnologico, quanto per le implicazioni politiche e strategiche. In un settore delicatissimo come quello della difesa, l’autonomia comunicativa dell’amministratore delegato è stata percepita come un elemento di tensione con Palazzo Chigi, soprattutto in un momento in cui il governo cerca un maggiore controllo sulle scelte industriali strategiche.
Il peso del progetto Michelangelo Dome
Il progetto Michelangelo Dome è diventato rapidamente il simbolo della frattura. Da un lato, rappresentava una visione ambiziosa di integrazione tra piattaforme e sistemi, con l’obiettivo di rafforzare la difesa europea; dall’altro, ha esposto l’Italia a una sovraesposizione politica. Secondo alcune ricostruzioni, durante un vertice internazionale la premier avrebbe presentato il sistema come una soluzione già pronta, ricevendo però una risposta fredda da Francia e Germania, che lo consideravano ancora allo stadio embrionale. Questo scarto tra comunicazione e realtà operativa avrebbe incrinato il rapporto fiduciario.
Non solo. Anche all’interno delle forze armate sarebbero emerse perplessità, con critiche legate alla priorità data a un progetto ancora in fase teorica rispetto ad altri sistemi più immediatamente necessari, come i droni. Le ironie circolate negli ambienti militari sul Michelangelo Dome avrebbero contribuito a creare un clima di sfiducia. In questo contesto, l’annuncio di febbraio e il successivo viaggio istituzionale in Etiopia avrebbero segnato il punto di rottura tra Meloni e Cingolani, con la premier irritata per quella che è stata percepita come un’eccessiva autonomia.
Strategia europea, politica interna e ombre americane
Accanto alla questione tecnologica, pesa anche il tema delle alleanze industriali. Sotto la guida di Cingolani, Leonardo aveva rafforzato i rapporti con gruppi europei come Rheinmetall, Airbus e Thales, in una logica di integrazione della difesa continentale. Una strategia letta da alcuni come un tentativo di emanciparsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti. In questo scenario, non sono mancate interpretazioni che evocano un’influenza indiretta di Donald Trump, interessato a mantenere l’Italia nell’orbita dei sistemi militari americani, anche se questa resta una lettura non confermata.
Sul piano interno, invece, il fattore politico appare più concreto. Dopo la sconfitta al referendum, il governo avrebbe sentito l’esigenza di rafforzare il controllo sulle grandi partecipate, puntando su figure ritenute più allineate. A questo si aggiunge una progressiva delusione di Meloni verso la gestione di Cingolani, aggravata da tensioni su nomine interne e rapporti con dirigenti storicamente vicini all’area di Fratelli d’Italia. Il risultato è una decisione che non nasce da un singolo episodio, ma da un accumulo di frizioni.
Alla fine, la sostituzione di Cingolani appare come la sintesi di tre livelli: uno industriale, legato alla strategia di Leonardo; uno politico, legato al controllo del governo sulle partecipate; e uno personale, legato al deterioramento del rapporto fiduciario. Michelangelo Dome è stato probabilmente solo il detonatore di una crisi che covava da tempo, trasformando una divergenza tecnica in una scelta politica netta.


