
Ci sono interviste che scorrono via e altre che ti restano addosso. Quella di Pier Ferdinando Casini al Gazzettino è del secondo tipo: una raffica di frasi nette, zero giri di parole e un bersaglio chiarissimo, Donald Trump. Il punto focale? L’attacco al Papa Leone XIV e, a cascata, un clima in cui anche l’Italia finisce per essere trattata (e subire) come se fosse sempre in coda, sempre zitta. Con un retrogusto amaro: quello che succede “in alto” oggi si riflette domani nelle nostre conversazioni, nei titoli, perfino nelle scelte quotidiane.
Una frase che taglia: “Prima o poi faremo l’elenco di chi Trump non ha attaccato”
Casini apre con l’ironia, ma è una di quelle ironie che non fanno ridere: “Prima o poi bisognerà fare un elenco di chi Trump non ha attaccato. A parte il nome di Putin, sarebbe un elenco abbastanza breve”.
E subito dopo arriva la definizione che, per lui, spiega l’intero personaggio: “Debole con i forti e forte con i deboli”. Un’etichetta semplice, memorabile, e soprattutto utile per leggere il resto della storia.
Il caso Papa: parole pubbliche, tono duro, nessun filtro
Per Casini la prova si vede nel modo in cui Trump calibra (o non calibra) i colpi. Con la Cina, racconta, i dazi erano saliti altissimi. Poi Pechino non ha alzato la voce: ha annunciato il blocco delle terre rare. Risultato? Trump ha fatto marcia indietro, in silenzio.
Con il Papa, invece, nessuna prudenza: attacco frontale e dichiarazioni senza freni. E qui Casini non addolcisce: “Le sue parole sono disgustose”.
Un nervosismo che esplode e la “guerra” al Papa
Ma perché colpire Leone XIV in modo così violento? Casini mette sul tavolo due motivi che, a suo dire, si sovrappongono. Il primo è un presidente nervoso, intrappolato in una guerra che non offre una via d’uscita pulita.
Il secondo è più profondo e, sì, anche più inquietante: nei movimenti Maga si farebbe strada una “singolare rievangelizzazione del mondo”, con Trump dipinto in certi ambienti come figura quasi cristologica. Casini lo dice senza cambiare tono: “Per molti di loro Trump è una sorta di reincarnazione di Cristo”. E poi si ferma lì, con una chiusura che pesa: “per rispetto dell’intelligenza di tutti”.
Quando la religione diventa linguaggio di potere
In questo schema, il Papa non è solo una guida spirituale: diventa un ostacolo. E per Casini il punto è proprio qui, nel corto circuito tra fede, comunicazione e forza.
È la parte “pop” più pericolosa della storia: le parole diventano bandiere, gli slogan diventano identità, e la politica finisce per giocare con simboli enormi come se fossero merchandising. Solo che poi il conto arriva davvero.
Casini, Putin e l’“asse” della blasfemia
Il passaggio più esplosivo dell’intervista è il parallelo tra Trump e Vladimir Putin. Entrambi, secondo Casini, userebbero un linguaggio religioso come copertura della forza.
Putin, osserva, parla di guerra in nome di Dio e denuncia il relativismo occidentale mentre stermina civili inermi. E Casini mette un punto fermo: “Uccidere in nome di Dio è assai più grave di qualsiasi altro atteggiamento”. In mezzo, cita anche Orbán come interprete coerente di questa visione, sottolineando che gli ungheresi hanno appena deciso di non seguirlo.
Italia nel mirino: “insultata un giorno sì e un giorno no”
E qui si arriva alla parte che tocca più da vicino. Casini riconosce che Giorgia Meloni abbia fatto bene a definire “inaccettabili” le parole di Trump sul Papa. Ma aggiunge che quello era il minimo indispensabile.
Poi la frase che suona come uno schiaffo alla postura del Paese: “L’Italia è stata insultata da Trump un giorno sì e un giorno no. E abbiamo preso tutto con letizia”. Un’accusa diretta a mesi di silenzi e ambiguità nei rapporti con Washington. E cita la partecipazione al Board of Peace come esempio di errore politico figlio della stessa sudditanza.
Perché questa storia conta (anche fuori dai palazzi)
In una narrazione così tesa, il tema non è solo “chi ha detto cosa”. È la sensazione di un equilibrio che si sposta: se attacchi il Papa in pubblico, se insulti un alleato con leggerezza, se trasformi la politica in un’arena permanente, tutto diventa più instabile. Anche la percezione che abbiamo del mondo.
Casini chiude con un’idea semplice e potentissima: il Vaticano non ha eserciti né missili, ma ha la voce. “Parla alle coscienze dei popoli. Ed è sempre più ascoltata anche dai non credenti”. E in tempi in cui le armi fanno rumore, una voce che chiede pace può fare ancora più paura. A chi vive di scontri. E di parole.


