
Giuseppe Conte si muove come se la partita fosse già iniziata. O forse, più precisamente, come se fosse già avanti. Nelle ultime settimane il leader del Movimento 5 Stelle ha alzato il livello dello scontro politico, soprattutto contro Giorgia Meloni, scegliendo una linea netta e senza sfumature anche nei momenti in cui altri protagonisti dell’opposizione hanno preferito toni più istituzionali. Una strategia che non è casuale: l’obiettivo è arrivare alle eventuali primarie del campo largo in posizione di vantaggio, accreditandosi come il vero punto di riferimento dell’alternativa alla destra.
Ma è proprio qui che si apre il primo nodo. Perché mentre Conte accelera, il resto dell’opposizione non sembra seguirlo con la stessa convinzione. La scelta di Elly Schlein di solidarizzare con la premier dopo l’attacco di Donald Trump ha segnato uno spartiacque politico: da una parte una linea “responsabile”, dall’altra un’opposizione più muscolare. Conte ha scelto senza esitazioni la seconda strada, insistendo sulla narrazione di una Meloni “subalterna” e “ambigua” nei rapporti con Washington. Un posizionamento che gli consente di marcare la distanza, ma che rischia anche di isolarlo proprio nel momento in cui dovrebbe costruire alleanze.
La corsa alle primarie e i conti che non tornano
Il cambio di atteggiamento sulle primarie è forse il segnale più evidente della strategia in atto. Fino a pochi mesi fa, il leader pentastellato guardava con freddezza all’ipotesi di un voto nei gazebo. Oggi, invece, le considera uno strumento utile, a patto che siano “le più aperte possibili”. Tradotto: un terreno in cui poter capitalizzare consenso personale e visibilità mediatica, sfruttando anche il recente risultato referendario rivendicato come una vittoria politica.
Nella visione di Conte, il percorso è lineare: consolidare il proprio profilo nazionale, arrivare alle primarie con un vantaggio competitivo e trasformarlo in candidatura a Palazzo Chigi. Ma diversi osservatori, anche dentro il centrosinistra, fanno notare che questa lettura rischia di essere troppo ottimistica. Perché il campo largo, ammesso che si costruisca davvero, non è un contenitore neutro. E soprattutto non è detto che sia disposto a consegnarsi automaticamente alla leadership pentastellata.
Il malumore interno: nei 5 Stelle cresce il dubbio
Il punto più delicato, però, è interno al Movimento. Se pubblicamente la linea resta compatta, dietro le quinte emergono interrogativi sempre più espliciti. Non tutti, tra i pentastellati, sono convinti che Conte sia l’unico – o il migliore – cavallo su cui puntare per le prossime elezioni. C’è chi teme che una strategia troppo polarizzata possa ridurre gli spazi di crescita, soprattutto in un contesto in cui il voto moderato torna a essere decisivo.
Alcuni esponenti, senza esporsi apertamente, iniziano a interrogarsi sulla sostenibilità di una leadership costruita più sulla contrapposizione che sulla capacità di allargare il consenso. Il rischio, sottolineano, è quello di arrivare alle primarie forti nei sondaggi interni ma deboli nella capacità di coalizione. E in una competizione che, per definizione, si gioca sull’aggregazione, questo potrebbe fare la differenza.
Tra ambizione e isolamento: il rischio politico
Conte, dal canto suo, non sembra intenzionato a cambiare rotta. La sua traiettoria è chiara: puntare dritto all’obiettivo, senza farsi distrarre dalle dinamiche degli alleati. Ma è proprio questa determinazione a sollevare dubbi. Perché mentre lui corre, il resto del campo largo si muove in modo più cauto, quando non divergente.
Il risultato è un equilibrio instabile. Da un lato un leader che prova a imporsi come guida naturale dell’opposizione, dall’altro un sistema politico che non ha ancora deciso se riconoscerlo come tale. E in mezzo, un passaggio decisivo: le primarie. Che per Conte rappresentano un’opportunità, ma anche un rischio. Perché, questa volta, non basterà arrivare per primi. Bisognerà convincere tutti gli altri a seguirlo.


