
Un mistero fitto, che si muove tra elementi scientifici e riscontri investigativi, continua ad avvolgere il caso della presunta intossicazione da ricina. Gli inquirenti lavorano senza sosta per chiarire ogni dettaglio, mentre emergono nuovi elementi che rendono il quadro ancora più complesso e delicato.
Al centro dell’indagine c’è la ricerca della sostanza tossica, una delle più pericolose in natura, e soprattutto della sua possibile origine. Un interrogativo che potrebbe rappresentare la chiave per comprendere cosa sia realmente accaduto e se si tratti di un episodio accidentale o di un gesto volontario.
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Il giallo di Pietracatella e la pista della ricina
Le indagini si concentrano sul caso avvenuto a Pietracatella, in Campobasso, dove Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono risultate positive alla ricina, una sostanza altamente tossica. Un elemento che ha indirizzato immediatamente gli investigatori verso uno scenario complesso, nel quale la provenienza del veleno diventa determinante.
A rendere ancora più delicata la situazione è la diffusione di un audio intercettato all’interno dell’abitazione delle persone coinvolte. Nella registrazione, una dottoressa dell’ospedale fornisce aggiornamenti clinici sui tre ricoverati: “Ti dico quello che sto osservando: allora Di Vita ha più di 112 mila piastrine… Poi un’altra cosa: la bilirubina totale è alta. È alta per Sara, Antonella e anche Gianni Di Vita: aumenta sempre di più, è indiretta e non coniugata”.

Il coinvolgimento di Gianni Di Vita
Dalle informazioni contenute nell’audio emerge che anche Gianni Di Vita, marito e padre delle due donne, presentava valori alterati compatibili con una forma di intossicazione, sebbene apparentemente più lieve. Un dato che apre a nuove ipotesi investigative.
Secondo quanto si apprende, la sua esposizione potrebbe essere avvenuta in modo indiretto, forse attraverso un semplice contatto con la sostanza. Una circostanza che rafforza l’idea di un ambiente contaminato o di una diffusione non immediatamente riconducibile a un singolo evento mirato.
Le ipotesi sulla provenienza della sostanza
Uno degli aspetti centrali dell’indagine riguarda la possibile origine della ricina. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti vi è quella di una sostanza ottenuta in modo artigianale dai semi della pianta del ricino. Si tratta di una pista che porta a considerare diversi contesti, da quelli rurali e domestici fino ad ambiti legati alla formazione, come istituti agrari dove la pianta può essere utilizzata a fini didattici.
Gli accertamenti in corso si concentrano sulla disponibilità della materia prima e sulle modalità con cui potrebbe essere stata lavorata. Al momento, viene precisato, si tratta esclusivamente di verifiche tecniche e non di ipotesi accusatorie.

Attesa per la relazione del Centro antiveleni
Fondamentale, sul piano scientifico, sarà il contributo del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, chiamato a chiarire la natura della sostanza individuata nei campioni biologici. La relazione attesa potrebbe fornire elementi decisivi per orientare le indagini e confermare la presenza di ricina.
Nel frattempo, il legale di Gianni Di Vita, Vittorino Facciolla, sottolinea come i dati emersi indichino che anche il suo assistito sia entrato in contatto con la sostanza: un elemento che lo configurerebbe come possibile bersaglio, qualora venisse confermata l’ipotesi di un avvelenamento.
Il caso resta aperto e avvolto da numerosi interrogativi. La provenienza della sostanza tossica, le modalità di esposizione e il contesto in cui si è verificato l’episodio sono tutti tasselli ancora da ricomporre in un’indagine che si muove tra scienza e cronaca.


