
I riflettori nazionali la raccontano come la nuova anti-Meloni e i sondaggi la indicano come alternativa forte a Giuseppe Conte nella partita della guida del campo largo. Ma a Genova, dove Silvia Salis gioca in casa, monta una polemica che sa di vecchia politica: bando, nomina, amicizie personali e finanziamenti elettorali che, messi in fila, fanno rumore.
Il cuore della storia è uno di quei casi che, nel dibattito pubblico, diventano subito un test di credibilità: perché quando la parola chiave è trasparenza, basta un dettaglio fuori posto per trasformare una pratica amministrativa in un piccolo “scandalo” mediatico.
Il museo, il bando e la sensazione di un copione già scritto
Al centro della vicenda c’è il Mu.MA (Istituzione Musei del mare e delle migrazioni), tra i musei più visitati di Genova e con un profilo internazionale. Il fondatore e storico direttore, Pierangelo Campodonico, va in pensione dopo oltre quarant’anni. Per individuare il successore, il Comune sceglie un bando interno.
Fin qui: una decisione discutibile per alcuni, ma comunque dentro i binari formali. Il punto è ciò che riporta il Fatto Quotidiano: secondo l’opposizione, la figura da nominare sarebbe già stata decisa. Ed è qui che la vicenda smette di essere solo burocrazia e diventa racconto politico.
La figura che circola e i due dettagli che scaldano il caso
Il nome che gira con più insistenza è quello di Elena Putti: ex consigliera di municipio fuoriuscita dal Pd, dipendente comunale e conservatrice dei musei civici. Un profilo che, di per sé, non fa automaticamente notizia.
Ma — come scrive Marco Grasso sul Fatto — l’opposizione indica due elementi che, insieme, diventano esplosivi: il primo riguarda un legame personale; il secondo tocca il tema, sempre delicato, del denaro in politica.
Compagna di classe e marito finanziatore: perché il mix pesa
Primo dettaglio: Elena Putti sarebbe stata compagna di classe di Silvia Salis. Secondo dettaglio: il marito di Putti, l’imprenditore portuale Federico Martinoli, risulta tra i finanziatori della campagna elettorale della sindaca, con un versamento di 2.500 euro.
Presi singolarmente, sono dati che possono anche essere spiegati. Ma nel racconto pubblico funzionano come una miccia: perché mettono in tensione l’immagine di discontinuità e correttezza — tema centrale per chi ambisce alla leadership del campo largo — con l’idea, tutta italiana, del “favoritismo” che aleggia attorno a certe nomine.
Il terzo elemento: il bando e le competenze che non ci sono
Il caso però non resta sul piano delle relazioni. Entra nel merito tecnico, ed è lì che la polemica si alza di volume. La storica dell’arte Anna Orlando, consigliera della lista d’opposizione Vince Genova, analizza il bando e segnala un’anomalia: tra i requisiti richiesti per sostituire Campodonico non compaiono competenze specifiche su mare, marineria e migrazioni, cioè sui temi che definiscono il museo.
“Chi avrebbe mai immaginato che l’assessore alla Cultura cercasse come nuovo dirigente del Mu.MA qualcuno a cui non si richiede nulla di specifico sul mare, la storia della marineria, della migrazione o affini, ossia sui contenuti scientifici del museo più visitato della città? Nel bando per sostituire l’ottimo Campodonico, questi requisiti non compaiono”, ha dichiarato Orlando. E ha concluso con una frecciata che dice tutto: “Alla domanda che ho fatto io credo di saper rispondere. Potrei vincere un’altra scommessa”.
La risposta dell’assessore e la frase che non spegne l’incendio
A provare a raffreddare l’ondata ci pensa l’assessore alla Cultura Giacomo Montanari, con una dichiarazione al Secolo XIX che però, per molti, ottiene l’effetto opposto: “Una figura come quella di Campodonico è difficile da replicare, cerchiamo una figura amministrativa”.
Per i critici, è la conferma del punto: se l’obiettivo è una “figura amministrativa”, il rischio — dicono — è mettere la gestione burocratica davanti alla competenza scientifica di un’istituzione museale rilevante. E soprattutto resta sospesa la domanda che alimenta la storia: quali criteri guideranno davvero la scelta finale?
Il tempismo che fa male: quando la politica nazionale guarda a Genova
La polemica esplode nel momento peggiore per Salis: proprio mentre cresce la sua proiezione nazionale e la narrazione la mette in cima alle preferenze dell’elettorato progressista, anche davanti a Conte. E mentre il recente attacco di Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano, letto da molti come una mossa politica, non avrebbe scalfito la sua popolarità.
Una storia locale con ingredienti riconoscibili — amicizie, finanziatori, bandi percepiti come “su misura” — è però il tipo di scivolone che può lasciare segni silenziosi sull’immagine di credibilità istituzionale. Il bando è ancora aperto e la nomina non è ufficiale. Ma le domande sono già sul tavolo. E fuori da Genova, qualcuno ha già iniziato a fare i conti.


