
Dovrebbe essere il decreto del lavoro di qualità, dell’occupazione stabile, del futuro. La premier Giorgia Meloni lo aveva annunciato come un atto di rispetto verso i lavoratori italiani, scelto simbolicamente per il 1° maggio. E in effetti il D.L. 30 aprile 2026, n. 62 — approvato dal Consiglio dei ministri il 28 aprile e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il giorno della Festa dei lavoratori — contiene misure non prive di interesse: il bonus giovani prorogato in forma strutturale, il bonus donne, le nuove tutele per i rider, il concetto di “salario giusto” come condizione per accedere agli incentivi. Eppure, tra una bozza e l’altra, qualcosa di significativo è sparito nel nulla. Cinquecento milioni di euro destinati alla formazione dei lavoratori. Tanti. Cancellati con un colpo di penna nei giorni frenetici che hanno preceduto il Consiglio dei ministri, quando i tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze hanno passato al setaccio le coperture del decreto. Una “manina” silenziosa che ha depennato una delle poche misure realmente orientate al futuro del lavoro in Italia: il rifinanziamento del Fondo Nuove Competenze.
La norma sparita dal decreto
Per capire la portata di quanto è accaduto, bisogna tornare indietro di qualche settimana. Nelle bozze del decreto che circolavano nei giorni precedenti l’approvazione — e che Il Sole 24 Ore, Milano Finanza, Quotidiano Nazionale e altri organi di stampa specializzata avevano analizzato e diffuso — compariva un articolo preciso e circostanziato. Il testo era inequivocabile: il Fondo Nuove Competenze veniva incrementato di 500 milioni di euro per il 2026, con la finalità esplicita di «favorire l’aggiornamento della professionalità dei lavoratori a seguito della transizione digitale, ecologica e organizzativa e al fine di allineare le competenze dei lavoratori allo sviluppo tecnologico e produttivo». La norma era strutturata, motivata, coerente con le politiche europee e con le tre edizioni precedenti dello stesso fondo. Poi, nell’ultima versione della bozza che ha fatto il giro dei tavoli tecnici, quella voce non c’era più. Nessun comunicato ufficiale, nessuna spiegazione pubblica, nessun portavoce ha illustrato le ragioni di questa sparizione. Il decreto è arrivato in Gazzetta senza di essa.
Perché il Fondo Nuove Competenze conta
Per chi non lo conoscesse, il Fondo Nuove Competenze non è una misura burocratica secondaria. Nato nell’emergenza Covid con il Decreto Rilancio del 2020, all’articolo 88 del D.L. n. 34/2020, è diventato in pochi anni uno degli strumenti più efficaci e apprezzati del sistema di politiche attive del lavoro in Italia. Il meccanismo è semplice e potente: le imprese che stipulano accordi collettivi con i sindacati per destinare parte dell’orario lavorativo alla formazione ricevono un rimborso del costo delle ore formate, mediamente il 70% del costo orario lordo, tra quota retributiva e contributi previdenziali. Il risultato è una formazione continua realmente accessibile per milioni di lavoratori, senza perdita di salario, con accordo sindacale, dentro l’orario di lavoro.
Una formula che ha funzionato. La prima edizione ha coinvolto centinaia di migliaia di lavoratori, la seconda ha portato la dotazione totale a un miliardo di euro, la terza — “Competenze per l’innovazione”, ancora in corso — ha raggiunto una dotazione che il Ministero del Lavoro ha ulteriormente incrementato nel maggio 2025 con altri 318,8 milioni, portandola a oltre un miliardo di euro complessivi. Il mercato del lavoro ne ha bisogno. Ne aveva bisogno ieri, ne ha bisogno oggi. L’Istat certifica un tasso di occupazione al 62,4%, ma i dati nascondono una realtà più complessa: quasi il 18% di disoccupazione giovanile, un mercato del lavoro che da un lato stenta ad assumere giovani qualificati e dall’altro fatica a trovare le figure tecniche richieste dalla transizione digitale. La formazione continua non è un lusso: è la risposta strutturale a questa frattura.
Il taglio passato sotto silenzio
Come si è arrivati alla cancellazione? Perché 500 milioni non sono stati trovati per la formazione? Perché in un Paese che si trova nella parte bassa delle classifiche europee per investimento in formazione continua si taglia proprio quella voce? La risposta ufficiale non è arrivata. E il silenzio, in questi casi, è già una risposta. La pratica delle bozze che circolano con misure poi tagliate all’ultimo minuto è, nei fatti, una forma di gestione dell’opinione pubblica: si “annuncia” la misura nelle indiscrezioni, si raccolgono i consensi, si fa sparire la norma nel momento in cui nessuno guarda. È un intollerabile metodo di governo dell’informazione e del dibattito pubblico.
Al di là della polemica politica, vale la pena ragionare su cosa significa concretamente questa cancellazione. Con 500 milioni aggiuntivi, le stime indicavano la possibilità di finanziare tra 50 e 80 milioni di ore di formazione per i lavoratori occupati: un numero enorme, sufficiente a coinvolgere potenzialmente oltre mezzo milione di lavoratori in percorsi di aggiornamento professionale legati alla transizione digitale e verde. Le imprese italiane — quelle che hanno già partecipato alle prime tre edizioni — aspettavano di poter rinnovare gli accordi di formazione con i propri dipendenti. I sindacati, che in queste operazioni di formazione condivisa hanno trovato uno strumento di partecipazione raro e prezioso, avevano già avviato trattative aziendali in vista del rifinanziamento annunciato. Tutto fermo. Tutto rimandato. Chissà a quando.
La formazione non è un ornamento
Il decreto del 1° maggio ha scelto di premiare chi assume: giovani, donne, lavoratori del Sud. Una scelta comprensibile, anche condivisibile in certi aspetti. Ma il lavoro del futuro non si costruisce solo abbattendo i contributi sulle nuove assunzioni. Si costruisce anche garantendo che chi lavora già abbia gli strumenti per restare competente, aggiornato, utile a se stesso e all’impresa per cui lavora. Il Fondo Nuove Competenze era — ed è — uno di quegli strumenti. Averlo cancellato in silenzio, sotto la copertura mediatica della Festa dei lavoratori, è un atto che merita attenzione, critica e, possibilmente, correzione.


