
L’omicidio di Chiara Poggi, consumatosi nel tranquillo contesto di Garlasco, continua a far discutere l’opinione pubblica e a impegnare gli esperti del settore giudiziario e scientifico. Nonostante la natura apparentemente ordinaria del contesto in cui il delitto si è verificato, l’attenzione mediatica non ha mai smesso di focalizzarsi su questo drammatico evento. Dario Redaelli, esperto di sessantadue anni con un passato di rilievo nella polizia scientifica e attuale consulente della famiglia Poggi, ha condiviso una profonda analisi riguardo alle criticità emerse nel corso della nuova indagine condotta dalla Procura di Pavia. Questa nuova pista investigativa si concentra sulla figura di Andrea Sempio come presunto esecutore materiale dell’omicidio. Redaelli, che vanta nel proprio curriculum il coordinamento del sopralluogo sul luogo del delitto di Yara Gambirasio e indagini su casi complessi come la strage di via Palestro e la morte di Raul Gardini, ha evidenziato con toni pacati e professionali la presenza di due evidenti lacune metodologiche nell’attività ricostruttiva svolta di recente da magistrati e carabinieri.
I dubbi sollevati sui reperti e sulla cavigliera
Verso la conclusione dello scorso anno, il team scientifico incaricato dalla parte civile ha deciso di procedere con una serie di accertamenti mirati su alcuni oggetti personali appartenuti alla vittima, i quali erano stati rinvenuti direttamente sulla scena del crimine. Tra questi elementi figuravano due orecchini, una catenina impreziosita da un dente di squalo, diverse tipologie di braccialetti e una cavigliera. Sin dal principio, l’equipe era consapevole delle enormi difficoltà connesse all’analisi di tali monili. Si trattava infatti di accertamenti di natura irripetibile, resi ancora più complessi dal fatto che tali oggetti erano usciti dalla canonica catena di custodia volta a preservarne l’integrità biologica e materiale, essendo stati in parte già restituiti ai familiari della vittima. Nonostante questi ostacoli, gli esperti hanno scelto di procedere con gli esami per verificare se la loro condizione potesse coincidere con la ricostruzione ufficiale dei fatti. All’epoca delle prime indagini, l’esame sulla cavigliera aveva prodotto i medesimi esiti di inconcludenza riscontrati nell’analisi del materiale prelevato dall’impronta numero trentatré. Redaelli solleva quindi un interrogativo spontaneo: dal momento che per molto tempo si è cercato quel materiale di grattato per svolgere ulteriori approfondimenti, non si comprende il motivo per cui non sia stata adottata la stessa strategia investigativa per i residui presenti sulla cavigliera. Se fossero state rinvenute tracce, seppur fortemente diluite dal tempo, si sarebbe potuta accertare la presenza di profili genetici appartenenti a individui terzi, differenti sia da Sempio che da Alberto Stasi. Dai documenti emersi a seguito della chiusura delle indagini, tuttavia, non risulta che un simile accertamento sia mai stato richiesto o che tale materiale sia stato cercato all’interno dei laboratori dei Ris.
Il peccato originale commesso durante il sopralluogo
Un altro elemento centrale nella tesi del consulente della famiglia Poggi riguarda le modalità con cui sono state gestite le prime ore successive al delitto. Secondo l’esperto, l’analisi approfondita dell’impronta trentatré avrebbe dovuto essere affrontata mediante la formula giuridica dell’incidente probatorio, uno strumento che avrebbe garantito una maggiore tutela e precisione scientifica. Guardando indietro nel tempo, Redaelli individua quello che definisce il peccato originale dell’intera vicenda giudiziaria. L’esperto sostiene con fermezza che non ci si troverebbe ancora oggi a indagare sulle dinamiche del delitto se la scena del crimine fosse stata esaminata in modo impeccabile sin dai primi istanti, e se il Reparto investigazioni scientifiche fosse intervenuto immediatamente nell’abitazione. Al contrario, il primo accesso venne effettuato soltanto tre giorni dopo l’omicidio da parte dei carabinieri delle stazioni di Garlasco, Vigevano e Pavia. In quella circostanza iniziale non venne prodotta la documentazione fotografica necessaria e non furono eseguiti i rilievi descrittivi e planimetrici che un caso di tale gravità richiedeva. La Questura di Pavia disponeva all’epoca di un gabinetto di polizia scientifica altamente specializzato nell’analisi delle macchie di sangue e nell’esecuzione dei sopralluoghi complessi. Se fossero intervenuti questi tecnici specializzati, la storia dell’inchiesta sarebbe stata differente, come accadde ad esempio nel caso del ritrovamento di Yara Gambirasio, dove il personale esperto si concentrò subito sulla ricerca sistematica di ogni minima traccia biologica.
Il modello tridimensionale e le differenti versioni della dinamica
Il consulente riconosce comunque il grande sforzo professionale profuso dal colonnello Andrea Berti, il quale ha sviluppato per conto della Procura un’approfondita analisi tridimensionale basata sulla tecnica della Bloodstain Pattern Analysis, finalizzata a ricostruire la dinamica esatta dell’aggressione subita da Chiara Poggi. Il limite intrinseco di questa operazione risiede nel fatto che il tecnico ha dovuto elaborare il modello digitale utilizzando il materiale fotografico raccolto all’epoca dei fatti, fondendo insieme metodologie e tecnologie tra loro distanti nel tempo. Questo ha portato alla creazione di un modello tridimensionale ibrido, condizionato dalla qualità originaria dei dati. Di fronte allo stupore dei cittadini per la coesistenza di due narrazioni differenti circa le modalità dell’aggressione, Redaelli ridimensiona la portata della discrepanza. L’analisi delle macchie di sangue è per sua stessa natura una disciplina scientifica che lascia spazio a diverse interpretazioni geometriche e dinamiche, ma le due versioni non si pongono in totale antitesi. Una reale rivoluzione dello scenario si sarebbe verificata qualora gli esami avessero accertato l’azione contemporanea di più persone sul luogo del delitto. Al contrario, tutti gli elementi continuano a convergere sulla presenza di un unico aggressore, la cui identità materiale sul pavimento è testimoniata esclusivamente dalle impronte lasciate da una scarpa con la suola a pallini riconducibile al modello Frau. La divergenza tra le consulenze si limita pertanto a una differente interpretazione geometrica e sequenziale dei singoli colpi inferti.
La ricerca della verità all’interno dell’aula di tribunale
La nota positiva in questo scenario complesso risiede nel fatto che la risoluzione definitiva di questi nodi scientifici spetterà a un magistrato della Repubblica, che opererà nel contesto protetto e codificato del dibattimento processuale, lontano dalle inevitabili distorsioni derivanti dai processi mediatici e televisivi. L’obiettivo comune resta il raggiungimento di una verità processuale solida e indiscutibile. La famiglia Poggi ha sempre manifestato il desiderio profondo di fare totale chiarezza su ogni aspetto della vicenda, e proprio per questa ragione ha deciso di affiancare ai propri legali storici nuove figure professionali e consulenti specialistici. L’intento di questa decisione è quello di partecipare attivamente alla nuova fase d’indagine fornendo un contributo tecnico di alto livello. Tutti gli esperti coinvolti nell’esame dei reperti e delle dinamiche hanno operato in piena scienza e coscienza, mettendo le proprie competenze a disposizione della giustizia. Adesso la palla passa definitivamente agli organi giudicanti, che avranno il compito di valutare la consistenza della nuova pista investigativa e decidere se gli elementi raccolti siano sufficienti per riscrivere la storia giudiziaria di Garlasco.


