
Da fenomeno politico capace di riempire sale, creare comitati spontanei e mobilitare una parte della destra più arrabbiata e anti-establishment, a leader contestato soprattutto da chi gli era stato più vicino. Attorno a Roberto Vannacci si sta consumando qualcosa che va oltre le normali tensioni interne di un movimento ancora giovane e fluido. A colpire non è tanto il singolo addio, quanto la sequenza quasi ininterrotta di rotture personali, accuse pubbliche e separazioni traumatiche da parte di uomini e donne che, almeno fino a pochi mesi fa, erano considerati il cerchio magico dell’ex generale.
Le parole che ritornano sono sempre le stesse. “Egoista”, “inaffidabile”, “incoerente”, “uomo solo al comando”. Giudizi che arrivano da ex collaboratori, ex amici, ex dirigenti territoriali e perfino da figure che avevano investito tempo, soldi e reputazione politica sul progetto del Mondo al contrario. E così, mentre Vannacci continua ad attirare nuovi simpatizzanti e mantiene una forte capacità mediatica, il suo movimento sembra attraversato da una lunga scia di disillusioni interne.

Gli addii eccellenti e le accuse degli ex alleati
L’ultimo strappo, probabilmente il più pesante sul piano umano, è quello con Norberto De Angelis, fondatore ed ex presidente del Mondo al contrario oltre che amico storico di Vannacci. Un rapporto nato da ragazzi, in ambienti militari, e finito con accuse reciproche e silenzi gelidi. Dopo l’intervista in cui De Angelis ha definito l’ex generale un “traditore”, Vannacci avrebbe replicato con un messaggio polemico e distaccato. Da quel momento, il rapporto si sarebbe definitivamente chiuso.
Ma il caso De Angelis è soltanto l’ultimo capitolo di una storia che ormai conta numerosi ex fedelissimi. Tra i primi a rompere c’è stato il giornalista friulano Marco Belviso, uno dei principali promotori del generale nel Nordest subito dopo l’uscita del libro che lo rese celebre. Belviso racconta di aver organizzato eventi, creato gruppi politici e contribuito alla crescita del movimento, salvo poi scontrarsi con quella che definisce una gestione verticistica e personalistica. Secondo il suo racconto, Vannacci avrebbe mal tollerato il dissenso e imposto una linea rigidissima anche sulle scelte territoriali e organizzative.
Poi ci sono stati gli strappi con gli ex parà Fabio Filomeni, Gianluca Priolo e Bruno Spatara, considerati per mesi il nucleo più fedele e militante attorno all’ex comandante della Folgore. Anche in quel caso la rottura arrivò improvvisa, con dimissioni in blocco e accuse legate soprattutto alla direzione politica del progetto e al rapporto con la Lega.
Il nodo dei soldi e il sospetto dell’uomo solo al comando
Col passare dei mesi, le critiche hanno iniziato ad assumere anche un tono più politico ed economico. Alcuni ex collaboratori hanno contestato la gestione delle iniziative pubbliche, delle tessere e degli eventi a pagamento organizzati attorno all’universo vannacciano. Tra le accuse più pesanti ci sono quelle sulla mancanza di trasparenza nei rendiconti e sulla sensazione diffusa che il movimento servisse soprattutto a rafforzare il brand personale dell’ex generale.
L’ex vicepresidente del movimento, Fabio Romiti, ha parlato apertamente di una politica piegata alla ricerca della “poltrona comoda”, mentre l’imprenditore Gianmario Ferramonti ha raccontato di aver perso fiducia in quello che definisce “l’uomo solo al comando”. Un malessere che sarebbe cresciuto soprattutto nei gruppi territoriali del Nord Italia, da Milano a Verona fino a Varese e Busto Arsizio, dove diversi coordinatori hanno lasciato denunciando isolamento e assenza di una reale struttura politica.
Molto dure anche le parole di Paola De Franceschi, autrice del libro La scuola al contrario, che ha accusato il movimento di opacità economica e di aver costruito attorno al leader una sorta di corte personale scollegata dal territorio reale. Critiche che si sommano a quelle di Stefania Bardelli, la “bersagliera” di Pontida, che ha parlato di tradimenti, divisioni interne e utilizzo delle persone come semplici pedine.
Sul fondo resta un dato politico difficile da ignorare. Nonostante gli addii, le polemiche e le accuse degli ex alleati, Vannacci continua a mantenere una forte esposizione pubblica e una capacità di attrazione elettorale significativa dentro una parte della destra italiana. Ma proprio la velocità con cui nascono e si rompono le alleanze attorno alla sua figura rischia di trasformare il suo movimento in una realtà fortemente dipendente dal carisma personale del leader. Ed è forse questo il vero punto che emerge dalle rotture degli ultimi mesi: il sospetto crescente che il progetto politico coincida sempre di più con il destino di un solo uomo.


