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Il fratello in carcere, la sorella modenese: la famiglia integrata di Salim travolta dall’orrore

Pubblicato: 20/05/2026 08:06

C’è una frase che più di tutte racconta il cortocircuito umano e sociale esploso attorno alla vicenda di Salim El Koudri, l’uomo arrestato dopo l’attentato di Modena. Non arriva dagli investigatori, né dagli avvocati, né dalle relazioni mediche. Arriva dalla sorella, che in queste ore prova a tenere insieme il dolore familiare e il peso mediatico di una tragedia diventata nazionale. «Io sono italiana, anzi io sono modenese». Una frase pronunciata quasi come una difesa istintiva, mentre attorno alla sua famiglia si accende il dibattito sulle origini marocchine, sull’integrazione, sulla religione, sull’identità.

La donna si definisce femminista, racconta di non portare il velo, di vestirsi come qualunque donna italiana, di parlare perfettamente italiano e male l’arabo. Per lei il Marocco è il Paese dei nonni, il luogo delle vacanze estive di tanti anni fa, non una patria perduta. «Noi non siamo immigrati da integrare», dice con amarezza. Ed è forse proprio questa la dimensione più destabilizzante della vicenda. Perché il caso di Salim El Koudri rompe la narrazione semplice, quella che cerca sempre una spiegazione immediata e rassicurante. Non c’è il racconto del ragazzo arrivato da fuori, del radicalizzato cresciuto ai margini, dell’estraneo mai davvero entrato nella società italiana. Qui c’è una famiglia che si considera pienamente italiana e che improvvisamente si ritrova schiacciata dentro una tragedia incomprensibile.
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La trasformazione di Salim dopo la laurea

La sorella racconta un’altra immagine del fratello. Un ragazzo ordinato, rigoroso, studioso. «Sempre il primo della classe», dice. Uno di quelli che rispettavano le regole e che sembravano destinati a una vita normale. Poi qualcosa si sarebbe incrinato dopo la laurea. L’isolamento, gli amici sempre meno frequenti, il disagio crescente, la difficoltà a trovare un lavoro all’altezza del percorso di studi. In famiglia avevano interpretato quel cambiamento come una crisi personale, forse una depressione silenziosa, certamente una sofferenza legata al fallimento delle aspettative.

In quelle stesse settimane però emergevano anche episodi sempre più strani. La telefonata alla base Nato di Camp Derby per chiedere un lavoro e addirittura informazioni sulla mensa interna. Il video contro Chiara Ferragni, accusata di fare soldi “truffando le persone”. Frasi scollegate, comportamenti giudicati privi di logica dall’avvocato Fausto Giannelli, che oggi li descrive come segnali evidenti di un disagio psichiatrico già profondo.

Il legale insiste soprattutto su un punto. Secondo lui, inseguire una razionalità nelle parole e nei comportamenti di Salim sarebbe inutile, perché proprio l’assenza di senso sarebbe parte della patologia. Una linea difensiva che ora si intreccia con il percorso clinico seguito negli anni dal giovane.

Il centro di salute mentale e le voci nella notte

Il nome di Salim El Koudri compare nei registri del centro di salute mentale di Castelfranco dal novembre del 2019. All’inizio parlava di ansia, insonnia, tachicardia, ma soprattutto di voci. Diceva di sentirle di notte, di non riuscire a dormire, di avvertire una presenza continua nella mente. In alcuni colloqui aveva fatto riferimento anche al malocchio. I medici avevano diagnosticato un disturbo schizoide della personalità, associato a un episodio psicotico transitorio. Gli era stata prescritta una terapia farmacologica, poi sospesa dopo circa un anno.

Secondo quanto emerso, il centro lo aveva seguito con continuità. Sulla sua scheda risultano circa trenta accessi tra visite psicologiche e prescrizioni terapeutiche. I medici lo descrivevano come una persona fragile ma non aggressiva. Non erano emersi segnali di violenza verso gli altri né tendenze autolesionistiche. La famiglia veniva considerata presente e collaborativa. Anche per questo la vicenda appare ancora più difficile da decifrare.

Poi però il percorso si era interrotto. L’ultimo contatto con il centro di salute mentale risale al febbraio del 2024. Dopo quella data gli operatori avrebbero tentato più volte di richiamarlo, senza ricevere risposta. «La ripresa delle cure resta comunque una libera scelta», spiegano dall’Asl di Modena. Una frase che racconta anche il limite drammatico di molte situazioni psichiatriche, soprattutto quando il paziente smette di riconoscere il bisogno di essere aiutato.

Il carcere, il silenzio e la paura della famiglia

Davanti al gip, Salim ha scelto quasi completamente il silenzio. Ha collaborato soltanto fornendo i codici di sblocco del telefono cellulare. Per il resto, nessuna spiegazione. Nessuna ricostruzione emotiva. Nessuna parola sulle persone investite. Il suo avvocato sostiene che prima di qualsiasi interrogatorio serva un accertamento clinico approfondito. Anche il giudice avrebbe disposto un periodo di osservazione psichiatrica in carcere.

La procura continua intanto a lavorare per capire se dietro il gesto ci sia stata lucidità, premeditazione o un impulso completamente scollegato dalla realtà. L’avvocato respinge l’ipotesi terroristica e religiosa. Anche il vecchio messaggio contro i cristiani inviato anni fa all’università viene descritto come un frammento delirante più che come il segnale di un progetto ideologico.

Nel frattempo la famiglia resta sospesa dentro una condizione quasi irreale. I genitori parlano di amarezza e smarrimento. La sorella dice di voler incontrare Salim, ma subito dopo ammette di non sapere se riuscirà davvero a farlo. «Gli voglio bene, resta mio fratello», racconta. Ma aggiunge anche che non sa con quali occhi potrebbe guardarlo.

Ed è forse qui che il caso di Modena smette di essere soltanto cronaca giudiziaria e diventa qualcosa di più profondo. La storia di una famiglia integrata, normale, apparentemente indistinguibile da migliaia di altre famiglie italiane, che improvvisamente si ritrova davanti all’abisso di una violenza senza spiegazione semplice.

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