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“La scelta fatale!”. Maldive, cosa hanno fatto i sub prima di morire: terribile

Pubblicato: 22/05/2026 08:49

Il mare, soprattutto per chi lo conosce profondamente, rappresenta spesso un luogo di libertà assoluta. Per i subacquei più esperti ogni immersione è il risultato di preparazione, studio e rispetto delle regole, ma anche di una passione che spinge a esplorare ambienti estremi e difficili da raggiungere. Le grotte sommerse, in particolare, sono tra gli scenari più affascinanti e pericolosi: spazi dove orientamento, gestione dell’aria e lucidità diventano elementi decisivi per la sopravvivenza.

È proprio in contesti come questi che anche il minimo errore può trasformarsi in una tragedia. Una scelta sbagliata, un corridoio imboccato nel momento più critico o una valutazione non perfetta delle condizioni possono compromettere ogni possibilità di ritorno. Ed è attorno a questi dettagli che ora si concentra l’inchiesta aperta dopo la morte dei cinque sub italiani nella grotta di Dekunu Kandu, alle Maldive.
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L’inchiesta sulla morte dei cinque sub italiani

Dopo il completamento della missione di recupero dei corpi di Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri e della guida Gianluca Benedetti, emergono nuovi elementi utili a ricostruire quanto accaduto durante l’immersione fatale.

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per chiarire la dinamica dell’incidente e comprendere se vi siano eventuali responsabilità. Elementi importanti potrebbero arrivare dalle autopsie, previste nei prossimi giorni, ma anche dall’analisi delle attrezzature utilizzate durante la spedizione: mute, bombole, computer subacquei, telecamere e sistemi di illuminazione.

Sotto sequestro sono finiti anche telefoni cellulari, computer e dispositivi elettronici appartenenti ai sub, recuperati dalla nave Duke of York e riportati in Italia da uno dei colleghi della professoressa Montefalcone. Tutto il materiale è ora al vaglio degli investigatori.

Nel frattempo continuano anche gli accertamenti delle autorità maldiviane, che hanno raccolto le testimonianze dei sub finlandesi impegnati nelle operazioni di recupero. Le loro dichiarazioni potrebbero essere acquisite anche dai magistrati italiani.

La grotta e il corridoio che avrebbe disorientato il gruppo

Secondo quanto emerso finora, la tragedia sarebbe avvenuta all’interno di una grotta considerata particolarmente complessa dal punto di vista tecnico. A descriverla è Laura Marroni, amministratrice delegata di Dan Europe, l’organizzazione che ha coordinato il team specializzato intervenuto per il recupero dei corpi.

La struttura della grotta sarebbe composta da due grandi camere collegate tra loro da un corridoio lungo circa trenta metri, largo tre e alto poco più di un metro e mezzo. Dopo aver attraversato la prima cavità collegata al mare aperto, i cinque italiani avrebbero raggiunto la seconda camera, una zona più profonda che arriva fino a sessanta metri.

Ed è proprio qui che qualcosa sarebbe andato storto.

Secondo la ricostruzione, il gruppo avrebbe tentato di tornare indietro attraversando lo stesso passaggio utilizzato all’andata. Tuttavia, a causa della conformazione della grotta e degli effetti ottici provocati dalla sabbia e dalla profondità, l’uscita potrebbe essere risultata difficilmente individuabile.

I sub avrebbero così imboccato un secondo cunicolo laterale, rivelatosi però senza uscita. Una decisione che si sarebbe trasformata nella scelta fatale.

Le bombole e il problema dell’autonomia sott’acqua

Uno degli aspetti al centro dell’indagine riguarda anche l’attrezzatura utilizzata durante l’immersione. I cinque italiani avevano con sé bombole da dodici litri, considerate standard per molte immersioni tecniche ma con limiti precisi a profondità elevate.

“A sessanta metri l’autonomia si riduce drasticamente”, ha spiegato Marroni, sottolineando come con quel tipo di configurazione il tempo disponibile possa aggirarsi intorno ai dieci o dodici minuti.

Un margine estremamente ridotto in un ambiente chiuso come una grotta sottomarina, dove ogni spostamento richiede calma, orientamento e precisione.

Il team di recupero intervenuto successivamente disponeva infatti di equipaggiamenti molto più avanzati: rebreather capaci di garantire oltre cinque ore di permanenza sott’acqua, scooter subacquei e soprattutto sagole di orientamento, fondamentali per ritrovare la via d’uscita in ambienti labirintici.

Non è ancora chiaro se anche il gruppo italiano disponesse dello stesso sistema di sicurezza. Alcune sagole sarebbero state trovate nella grotta, ma non si sa se appartenessero ai sub italiani o ai soccorritori intervenuti successivamente.

Il rischio dell’“overconfidence”

Tra le ipotesi valutate dagli investigatori c’è anche quella di una possibile sottovalutazione dei rischi. Laura Marroni richiama in particolare il fenomeno dell’“overconfidence”, l’eccessiva sicurezza che talvolta può colpire anche i sub più esperti.

Chi ha una lunga esperienza alle spalle tende infatti, in alcuni casi, a percepire come gestibili situazioni che invece richiedono livelli di prudenza ancora più elevati. Un meccanismo psicologico che, in ambienti estremi come le grotte sommerse, può avere conseguenze drammatiche.

Per il momento resta però una ricostruzione preliminare. Saranno le indagini italiane e maldiviane, insieme all’analisi tecnica delle attrezzature e delle testimonianze raccolte, a chiarire cosa sia realmente accaduto nella grotta di Dekunu Kandu.

Nel frattempo resta il dolore delle famiglie delle vittime, colpite da una tragedia che ha sconvolto il mondo della subacquea italiana.

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