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Carlo Petrini è morto, addio al fondatore di Slow Food che trasformò il cibo in cultura

Pubblicato: 22/05/2026 05:48

È morto a 76 anni Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e tra le figure italiane che più hanno cambiato il modo di parlare di cibo, agricoltura, ambiente e comunità. Nato a Bra nel 1949, Petrini aveva costruito attorno alla tavola una visione molto più ampia della gastronomia, trasformando il gesto quotidiano del mangiare in una questione politica, etica e culturale. Per lui il cibo non era mai soltanto nutrimento, piacere o tradizione, ma il punto d’incontro tra la terra, il lavoro dei contadini, la memoria dei territori e la responsabilità verso il futuro.

La sua idea nasceva da una convinzione semplice e radicale insieme, quella secondo cui l’uomo dovesse ritrovare le connessioni perdute con la natura, con la terra e con le comunità che producono ciò che arriva sulle tavole. Petrini parlava di gusto, vino, semi, formaggi e biodiversità, ma in realtà parlava sempre di civiltà. Aveva capito prima di molti altri che la distruzione della biodiversità non era soltanto un problema ambientale, ma anche culturale, sociale e perfino spirituale. Nel sapere contadino vedeva una forma di intelligenza antica, concreta, capace di opporsi alla fretta e all’omologazione della modernità.

Il cibo come atto politico

Con Slow Food, Terra Madre, Cheese e il Salone del Gusto, Petrini riuscì a portare il cibo fuori dalla dimensione strettamente gastronomica, facendone un linguaggio universale. La sua forza fu quella di tenere insieme parole che spesso sembravano appartenere a mondi diversi, come piacere, etica, agricoltura, felicità e giustizia. In quella sintesi stava la sua originalità. Non proponeva una nostalgia sterile del passato, ma una diversa idea di progresso, nella quale la lentezza diventava consapevolezza, la qualità diventava responsabilità e il gusto diventava una forma di resistenza.

La formula “buono, pulito e giusto” è diventata negli anni il cuore del suo pensiero. Poteva sembrare uno slogan, ma per Petrini era un vero programma morale. Il cibo doveva essere buono per chi lo mangia, pulito per l’ambiente e giusto per chi lo produce. Dentro questa visione c’era la critica a un modello fondato sull’accumulo, sul consumo rapido e sulla riduzione della terra a semplice risorsa da sfruttare. Petrini insisteva spesso sull’idea della condivisione, ricordando che trattenere tutto per sé non genera ricchezza, ma impoverimento umano.

La lezione della lentezza

Nel suo percorso Petrini ha ideato anche l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, intuendo con largo anticipo che il cibo sarebbe diventato una delle grandi questioni del nostro tempo. Non più soltanto cucina, ricette o tradizione, ma ambiente, salute, filiere, educazione alimentare, sostenibilità e destino delle comunità locali. Nel 2013 ricevette dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente il premio Campione della Terra, riconoscimento internazionale che confermava la portata globale del suo impegno.

Oggi molte parole entrate nel lessico comune, come sostenibilità, biodiversità, filiera, agricoltura rigenerativa ed educazione alimentare, devono molto anche al lavoro culturale di Petrini. Prima che diventassero formule diffuse, lui le aveva trasformate in pensiero, battaglia civile e racconto popolare. Aveva qualcosa dei grandi narratori piemontesi, la capacità di passare dalla tavola alla filosofia senza forzature, tenendo insieme proverbi contadini, libri, incontri, viaggi e riflessioni sul destino della Terra.

Con la morte di Carlo Petrini scompare una voce che ha insegnato a guardare il cibo non come semplice consumo, ma come relazione. Relazione con chi coltiva, con chi cucina, con chi condivide, con chi verrà dopo di noi. Il suo lascito più forte resta forse questo, l’idea che mangiare non sia mai un gesto neutro. È un atto agricolo, culturale, sociale e affettivo. E custodire la terra, per Petrini, non era una frase retorica, ma il compito più concreto dell’uomo.

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Ultimo Aggiornamento: 22/05/2026 07:17

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