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Ebola in Italia, test su due persone partite dall’Uganda risultato negativo

Pubblicato: 25/05/2026 20:37

Un grande sospiro di sollievo ha attraversato la sanità lombarda e l’intera comunità milanese nella serata di lunedì 25 maggio 2026. L’allarme per un possibile sbarco del temibile virus Ebola sul territorio italiano, scattato alle prime luci dell’alba, è rientrato definitivamente intorno alle ore venti. I test condotti sui due pazienti ricoverati in isolamento all’ospedale Luigi Sacco di Milano hanno dato esito negativo, escludendo la presenza della febbre emorragica. Gli accertamenti clinici approfonditi hanno invece evidenziato che la sintomatologia, inizialmente giudicata molto sospetta, è stata provocata da un’infezione dovuta allo Shigella, un batterio comune che colpisce l’apparato gastrointestinale. La macchina dei soccorsi e della prevenzione ha comunque dimostrato una tempestività encomiabile nell’attivare i protocolli di biocontenimento previsti per le emergenze globali.

La ricostruzione del viaggio e i primi sintomi

La vicenda ha come protagonisti due cooperanti italiani, un uomo di 31 anni e una donna di 33, residenti in due diversi comuni della provincia di Como, per la precisione a Bulgarograsso e a Lurate Caccivio. I due giovani avevano appena trascorso un periodo di tre mesi in Uganda, prestando servizio di volontariato a stretto contatto con i missionari combiniani in una regione posizionata lungo la frontiera con la Repubblica Democratica del Congo. Proprio quest’ultimo Stato si trova attualmente a fare i conti con una seria epidemia di Ebola, elemento epidemiologico che ha subito innalzato il livello di attenzione dei medici. Il loro rientro in Italia è avvenuto nella mattinata di domenica, quando sono sbarcati all’aeroporto di Milano Malpensa alle ore 5.50 a bordo di un volo proveniente da Addis Abeba, insieme ad altre cinque persone dello stesso gruppo. Il quadro clinico è precipitato nel corso della notte successiva, quando entrambi hanno iniziato a manifestare malesseri diffusi e preoccupanti. La donna ha mostrato i segni più gravi della malattia, caratterizzati da febbre molto alta, nausea intensa, vomito, dissenteria e persino alcuni preoccupanti sintomi di natura neurologica. L’uomo ha invece registrato una situazione leggermente più lieve, contraddistinta da un rialzo termico moderato e da disturbi di tipo intestinale.

Il tempestivo intervento e l’isolamento al Sacco

La serietà delle condizioni e la provenienza geografica dei due cooperanti hanno spinto le autorità sanitarie a non sottovalutare alcun segnale. Fin dalle prime ore del mattino è stato attivato il protocollo speciale per le malattie infettive ad alto rischio. Due ambulanze dedicate e opportunamente attrezzate per il trasporto in bio-contenimento si sono recate nel Comasco per prelevare i pazienti, trasferendoli d’urgenza presso l’ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento assoluto per questa tipologia di emergenze. All’interno della struttura milanese i due giovani sono stati immediatamente alloggiati in apposite stanze di isolamento per evitare qualsiasi tipo di contatto con l’esterno o con altri degenti. Date le condizioni cliniche particolarmente severe della trentatreenne, i medici non hanno escluso l’eventualità di un suo imminente trasferimento nel reparto di terapia intensiva per monitorare al meglio le funzioni vitali. Parallelamente alle azioni ospedaliere, la sanità territoriale ha disposto una misura di isolamento fiduciario preventivo per tutti i membri dei nuclei familiari dei due ragazzi, obbligandoli a rimanere all’interno delle proprie abitazioni in attesa del verdetto definitivo dei laboratori.

Le ipotesi diagnostiche iniziali e la smentita

Inizialmente le autorità sanitarie avevano preso in considerazione diverse diagnosi differenziali prima di avere i risultati ufficiali dei prelievi. Un forte indizio portava infatti alla malaria, dal momento che la figlia della donna di 33 anni era stata colpita proprio da questa patologia tropicale durante il soggiorno in territorio africano. La presenza di un precedente così vicino nel tempo all’interno dello stesso nucleo familiare aveva fatto sperare l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, che potesse trattarsi della medesima infezione, spiegando così la febbre e i forti disturbi gastrointestinali. Tuttavia i successivi esami di laboratorio hanno escluso in modo categorico sia la diagnosi di malaria sia lo spettro ben più spaventoso del virus Ebola. La conferma della positività al batterio Shigella ha ridimensionato la portata medica dell’evento, riconducendolo a una tossinfezione alimentare o a una contaminazione batterica comune, sebbene capace di generare risposte organiche molto violente e debilitanti nei soggetti colpiti.

La gestione dei voli e le procedure ministeriali

Durante le ore di massima tensione l’assessorato al Welfare della Regione Lombardia è rimasto in costante e stretto contatto con i vertici del ministero della Salute a Roma. Gli uffici ministeriali si erano già mossi preventivamente per tracciare e recuperare tutte le liste dei passeggeri presenti sul medesimo volo di linea che aveva trasportato i due cooperanti in Italia. Se il test per l’Ebola fosse risultato positivo si sarebbe dovuta attivare una gigantesca operazione di tracciamento dei contatti. Il protocollo nazionale prevede infatti che in caso di positività accertata il malato debba essere trasferito d’urgenza all’istituto Spallanzani di Roma, l’unico centro in Italia dotato delle strutture necessarie per la gestione a lungo termine di simili crisi epidemiche. Inoltre tutti i contatti stretti dei contagiati avrebbero dovuto rispettare un regime di isolamento e quarantena obbligatoria della durata di 21 giorni, periodo che corrisponde al tempo massimo di incubazione della febbre emorragica. Fortunatamente lo Shigella non richiede misure di questa portata, poiché la sua trasmissione non avviene per via aerea e il rischio ambientale complessivo risulta infinitamente minore.

Le valutazioni degli esperti sul contesto italiano

A margine della conclusione positiva della vicenda sono arrivate anche le considerazioni rassicuranti dello stesso assessore Guido Bertolaso, il quale ha ricordato la propria personale esperienza sul campo durante la drammatica epidemia che sconvolse la Sierra Leone nel recente passato. L’assessore ha sottolineato di conoscere molto bene la devastante forza del virus Ebola, avendo vissuto per tre mesi in prima linea durante quella che è passata alla storia come la più grave crisi sanitaria legata a questo agente infettivo. Bertolaso ha però voluto tranquillizzare l’opinione pubblica spiegando che, nonostante Ebola rappresenti una minaccia planetaria estrema, la sua diffusione su larga scala necessita di particolari condizioni climatiche, igieniche e sociali. Tali criticità, fortunatamente, non sono presenti nel contesto italiano ed europeo, dove i sistemi di sorveglianza e le infrastrutture sanitarie consentono di bloccare sul nascere ogni potenziale focolaio, garantendo la piena sicurezza della popolazione.

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Ultimo Aggiornamento: 25/05/2026 20:38

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