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Mamma e figlia avvelenate, è svolta: “Convocata proprio lei”

Pubblicato: 25/05/2026 17:51

Il caso del duplice decesso avvenuto a Pietracatella, un piccolo e solitario comune situato nel cuore del Molise, continua a tingersi di giallo e ad arricchirsi di dettagli sempre più inquietanti. L’intera comunità locale è ancora sotto shock per la tragica e improvvisa scomparsa di Antonella Di Ielsi, una donna di cinquant’anni, e di sua figlia Sara Di Vita, una ragazza di appena quindici anni. Le due donne sono morte a brevissima distanza l’una dall’altra, precisamente tra il ventisette e il ventotto dicembre dell’anno scorso, a causa di quello che gli inquirenti considerano a tutti gli effetti un gravissimo caso di avvelenamento da ricina. Questa sostanza, una tossina vegetale estremamente potente e letale anche in piccolissime dosi, ha trasformato quella che doveva essere una serena festività natalizia in un vero e proprio incubo giudiziario e familiare. Le indagini, coordinate in modo serrato dalla Procura di Larino, stanno cercando di fare luce su ogni singolo istante che ha preceduto il dramma, analizzando le ultime ore di vita delle vittime e scavando a fondo all’interno della rete di contatti e delle dinamiche del nucleo familiare.

La convocazione in questura

Nelle ultime ore l’attività investigativa ha subito una netta accelerazione grazie a una serie di accertamenti mirati che hanno portato a una convocazione formale negli uffici della questura. Gli inquirenti hanno infatti deciso di ascoltare con la massima attenzione una figura finora rimasta sullo sfondo della vicenda, ovvero zia Isuccia, un’anziana donna imparentata strettamente con Gianni Di Vita, rispettivamente marito e padre delle due vittime. La sua testimonianza viene considerata di fondamentale importanza per chiarire una serie di passaggi cruciali legati alle ore immediatamente precedenti al manifestarsi dei primi sintomi letali. I magistrati e le forze dell’ordine intendono ricostruire l’esatta catena degli eventi per capire chi possa aver manipolato il cibo consumato all’interno dell’abitazione in quei giorni di festa. La presenza della donna in questura dimostra come l’attenzione degli investigatori si stia focalizzando sui movimenti e sui comportamenti delle persone più vicine al nucleo familiare, cercando di isolare ogni minimo elemento sospetto che possa confermare la tesi del dolo.

Il mistero del dolce natalizio

Al centro di questo nuovo filone di indagine si trova un elemento apparentemente innocuo ma potenzialmente decisivo per la risoluzione del caso, vale a dire una torta artigianale preparata per la cena della vigilia di Natale. Secondo quanto è emerso dalle ricostruzioni investigative e dalle indiscrezioni giornalistiche, il dolce sarebbe stato confezionato proprio dall’anziana zia e successivamente recapitato alla famiglia per essere consumato durante i festeggiamenti della sera del ventiquattro dicembre. Un dettaglio che ha sollevato l’allarme degli esperti riguarda il fatto che l’anziana parente, pur avendo preparato con cura la torta, non era fisicamente presente alla cena in cui il cibo è stato effettivamente consumato. Questo fattore introduce un elemento di forte incertezza che costringe chi indaga a verificare con estrema precisione la catena di custodia dell’alimento. Diventa quindi di vitale importanza stabilire con esattezza chi abbia trasportato il dolce, dove sia stato conservato e soprattutto chi abbia avuto libero accesso alla cucina e alle pietanze nelle ore e nei giorni immediatamente precedenti ai decessi.

La pista della donna diabolica

Accanto alle verifiche di routine sui parenti più stretti, nelle ultime ore sta prendendo prepotentemente corpo una nuova e inquietante ipotesi investigativa che porta dritta verso l’esterno delle mura domestiche. Gli investigatori stanno valutando con molta attenzione il possibile coinvolgimento di una figura femminile esterna al nucleo familiare ristretto, una persona che viene descritta in modo informale come una donna dalla mente lucida e diabolica. Secondo le prime indiscrezioni questa figura misteriosa farebbe parte di una cerchia ristretta di quattro o cinque soggetti già ampiamente attenzionati dalle forze dell’ordine. Si tratterebbe di qualcuno profondamente inserito nel contesto relazionale della famiglia, capace di conoscerne alla perfezione le abitudini quotidiane, gli spostamenti e le debolezze interne. L’ipotesi è che questa persona possa aver pianificato l’azione con freddezza e precisione chirurgica, studiando i tempi di somministrazione della sostanza tossica per massimizzare l’effetto senza destare sospetti immediati. Al momento non vi sono ancora prove schiaccianti o elementi diretti che colleghino formalmente questa sospettata al duplice omicidio, ma la pista rimane aperta e viene battuta con grande determinazione.

Il rinvio delle perizie mediche

Mentre la polizia e i carabinieri cercano di districare il complicato nodo delle responsabilità umane, il versante tecnico e scientifico dell’inchiesta procede a rilento a causa dell’estrema complessità degli accertamenti necessari. La Procura di Larino ha dovuto concedere una serie di proroghe temporali ai propri consulenti tecnici e ai medici legali, facendo slittare la consegna definitiva degli esiti autoptici al prossimo trenta giugno. Isolare le tracce di una sostanza complessa come la ricina all’interno dei reperti biologici richiede infatti esami di laboratorio sofisticati e protocolli estremamente rigidi. I medici devono non solo confermare al di là di ogni ragionevole dubbio la presenza del veleno negli organismi di Antonella Di Ielsi e di Sara Di Vita, ma devono anche stabilire la quantità esatta ingerita e i tempi di incubazione prima della morte. Questi dati scientifici saranno incrociati con i risultati dei rilievi effettuati sugli smartphone delle vittime, sui quali erano state precedentemente individuate alcune inquietanti ricerche telematiche dedicate proprio alle modalità di acquisto e agli effetti dei veleni letali.

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