
La critica a Bruxelles diventa il punto di contatto più evidente tra Giorgia Meloni e Confindustria. All’assemblea generale degli industriali, davanti a una platea gremita e con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in prima fila, la presidente del Consiglio raccoglie molti dei temi lanciati poco prima dal presidente Emanuele Orsini. Il messaggio comune è netto: l’Unione europea deve cambiare passo, ridurre il peso della burocrazia e lasciare più spazio alla competitività delle imprese.
Orsini apre la mattinata con un affondo durissimo contro la “burocrazia lunare” europea e contro scelte considerate penalizzanti per il sistema produttivo. Meloni, salendo sul palco della Nuvola, si muove sulla stessa linea e rilancia la formula più politica: l’Europa deve “fare meno e meglio” e non trasformarsi in un “gigante burocratico”. Non è un’alleanza dichiarata, ma la sintonia tra governo e industriali emerge con chiarezza, soprattutto sui dossier più sensibili: vincoli europei, energia, competitività e ritorno al nucleare.
L’attacco ai vincoli europei
Il bersaglio condiviso è l’Europa delle regole, dei vincoli e delle procedure. Orsini chiede la sospensione dell’Ets, il sistema dei certificati sulle emissioni di CO2, un vero mercato unico dell’energia e un cambio di impostazione da parte di Bruxelles. Cita anche le 72 condizioni poste dalla Commissione europea per il via libera al decreto bollette, presentandole come l’esempio di un apparato comunitario ormai troppo distante dalle esigenze dell’economia reale.
Meloni accoglie il senso della critica e chiede più spazio all’autonomia degli Stati, insistendo sulla necessità di alleggerire le regole che frenano crescita e investimenti. Il clima in sala è favorevole. Orsini ringrazia il governo per il dialogo, pur ricordando che non sempre le posizioni sono coincise, e indica la crescita come terreno comune. Dopo l’intervento, il presidente di Confindustria scende dal palco e va ad abbracciare la premier, immagine che riassume la convergenza politica della giornata.
Sul tavolo restano anche i dossier interni. Orsini segnala che i salari sono troppo bassi e propone una revisione delle 575 agevolazioni fiscali che, secondo Confindustria, erodono 120 miliardi di base imponibile. L’obiettivo indicato è recuperare 20 miliardi da ricollocare senza aumentare il debito, destinandone un terzo alla crescita, un terzo alla sanità e un terzo alla scuola. Meloni apre al confronto e promette un grande cantiere per la riforma della burocrazia italiana.
Il ritorno del nucleare
Il secondo punto di forte intesa è l’energia. Per Orsini il caro energia rappresenta una vera minaccia esistenziale per le imprese italiane. Da qui la richiesta di sbloccare gli impianti rinnovabili già autorizzati, riportando la responsabilità in capo allo Stato, accelerare sul nucleare e fermare i meccanismi europei che aumentano i costi. Confindustria si dice pronta anche a ospitare piccoli reattori modulari negli stabilimenti e nei distretti produttivi.
Meloni raccoglie subito l’assist e assicura che il governo vuole procedere “speditamente”. La ripresa della produzione nucleare viene presentata come un obiettivo alla portata del Paese e come una scelta importante per rafforzare la competitività dell’Italia. La convergenza con gli industriali, dunque, non riguarda solo la critica a Bruxelles, ma anche una precisa idea di politica energetica, fondata su minori vincoli, costi più bassi e maggiore autonomia strategica.
Dall’opposizione arrivano però attacchi immediati. Elly Schlein accusa Meloni di chiedere un cambio di passo in Europa dopo quattro anni di presenza al Consiglio europeo e domanda dove sia stato finora il governo. Francesco Boccia ironizza sostenendo che anche questa volta la premier avrebbe rimandato le risposte alle emergenze di aziende e cittadini. Critico anche Maurizio Landini, secondo cui si è parlato dei problemi ma non sono arrivate soluzioni concrete, soprattutto sul nodo degli stipendi.
La giornata di Confindustria consegna così un’immagine politica precisa: Meloni e Orsini non formalizzano un patto, ma costruiscono una forte sintonia pubblica contro l’eccesso di regole europee e a favore di una strategia più orientata alla produzione. Il governo trova negli industriali un interlocutore disponibile su energia, nucleare e semplificazione. Resta aperta, però, la questione più difficile: trasformare questa convergenza in misure capaci di incidere davvero su crescita, salari e competitività.


