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Vasco Rossi, la bufala della musica contro la guerra: quando la retorica inciampa nella storia

Pubblicato: 31/05/2026 08:07

Vasco Rossi lo ha detto con la forza semplice delle frasi che funzionano subito: la musica è contro la guerra e, se c’è musica, non c’è guerra. Formula perfetta per un concerto, per una folla già immersa nell’emozione collettiva, per quel momento in cui migliaia di persone cantano insieme e si sentono, almeno per qualche ora, parte dello stesso corpo. Ma sul piano storico, culturale e antropologico non regge. In fondo anche per questo, nella polemica di questi giorni sui cantanti e sugli appelli politici dal palco, Francesco De Gregori ha colto un punto vero: delle lezioni dei cantanti ci si può fidare fino a un certo punto.

La bufala di Vasco Rossi non sta nel desiderio di pace, che è legittimo. Sta nell’idea che la musica appartenga automaticamente al bene, come se bastasse cantare insieme per uscire dalla logica del conflitto. La storia racconta il contrario. Gli uomini hanno marciato verso la guerra cantando. Hanno ordinato gli eserciti con trombe, tamburi e corni. Hanno celebrato vittorie militari con fanfare, inni e marce. Hanno trasformato la violenza in festa, il combattimento in spettacolo, la rivalità in rito collettivo. La musica non cancella il conflitto. Gli dà forma. Lo disciplina. Lo rende memorabile. A volte lo rende persino più potente, perché lo sottrae al caos e lo consegna a un ordine emotivo condiviso.

Musica e guerra, il ritmo prima della morale

Il rapporto tra musica e guerra è antico perché la guerra, prima ancora di essere ideologia, è movimento collettivo. Un esercito deve avanzare insieme, fermarsi insieme, obbedire insieme. Nel disordine della battaglia la parola non basta. Il suono invece arriva lontano, taglia il frastuono, impone un comando semplice e immediato. Trombe, tamburi, corni e fanfare non nascono come ornamenti poetici della violenza, ma come strumenti pratici di coordinamento. Servono a trasformare uomini isolati, impauriti e vulnerabili in un corpo unico. È questa la radice più profonda della musica militare: non consolare l’uomo, ma metterlo in passo.

La marcia è la prova più evidente. Non è solo una forma musicale. È una tecnica del corpo. Il ritmo del tamburo non persuade, non argomenta, non invita alla riflessione. Ordina. Il passo cadenzato toglie al soldato la sensazione della solitudine e gli restituisce una forza che non è più soltanto sua. In questo senso la frase di Vasco Rossi rovescia il rapporto reale tra suono e combattimento. La musica non è il contrario della guerra, ma una delle sue condizioni simboliche. La guerra ha bisogno di suono perché ha bisogno di simultaneità, appartenenza, disciplina. Un esercito senza ritmo è una massa fragile. Un esercito che marcia insieme è già una comunità armata.

Lo aveva capito bene Franco Cardini in Quell’antica festa crudele, uno dei libri più utili per sottrarre la guerra alla lettura moralistica e riportarla dentro la sua dimensione culturale. Cardini non guarda soltanto all’evoluzione tecnica o strategica del conflitto, ma alla mentalità della guerra, al suo posto nella vita delle società, al modo in cui gli uomini la pensavano, la subivano, la praticavano, la rappresentavano. Il titolo stesso è decisivo: la guerra come festa crudele. Non perché la guerra sia bella, ma perché le società l’hanno spesso circondata di riti, codici, colori, cerimonie, musiche, simboli, gerarchie, promesse di onore e riconoscimento. La guerra non è stata solo morte. È stata anche teatro sociale.

Il Medioevo lo mostra con una chiarezza quasi brutale. I tornei cavallereschi, le giostre, i caroselli, le prove d’arme non erano innocenti spettacoli folcloristici. Erano addestramento, rappresentazione della forza, competizione aristocratica, grammatica dell’onore. La cavalleria combatteva, ma si metteva anche in scena. L’ingresso dei cavalieri, gli squilli, gli stemmi, i colori, il pubblico, il rischio fisico, la possibilità della ferita e della morte costruivano un universo in cui la violenza veniva regolata, teatralizzata, resa socialmente leggibile. La musica e il rito non cancellavano il combattimento. Lo incorniciavano. Lo rendevano cultura.

La stessa logica sopravvive nei caroselli medievali e poi nelle forme cerimoniali successive. La guerra reale viene trasformata in esercizio, festa, parata, spettacolo del potere. Non scompare. Cambia piano. Esce dal campo di battaglia e rientra nella piazza, nella corte, nella città. La musica accompagna questa trasformazione perché rende il potere visibile e udibile. Il sovrano non mostra soltanto armi. Mostra ordine. Non mostra soltanto soldati. Mostra una comunità capace di muoversi, suonare, avanzare e celebrare secondo un ritmo comune. È esattamente questo il punto che la retorica contemporanea tende a rimuovere: la musica non è soltanto armonia, è anche organizzazione della forza.

Dagli inni agli stadi, la guerra resta dentro la festa

La Marcia di Radetzky è uno degli esempi più istruttivi. Oggi viene percepita come un rito elegante, quasi innocuo, legato al concerto di Capodanno di Vienna, agli applausi ordinati del pubblico, a una certa immagine festosa e rassicurante della tradizione europea. Ma nasce nel 1848 come marcia composta da Johann Strauss padre in onore del maresciallo Radetzky, figura militare dell’Impero austriaco. Il tempo l’ha levigata, l’ha resa brillante, cerimoniale, perfino mondana. Eppure il suo nucleo originario resta militare: un esercito, una potenza imperiale, una gerarchia che si celebra attraverso il suono.

Questo è il punto che la retorica di Vasco Rossi non vede, o non vuole vedere. Una musica può cambiare contesto, diventare rito civile, intrattenimento, memoria estetica, ma non per questo perde automaticamente la sua origine. La cultura lavora per stratificazioni. Una marcia militare può diventare un brano da concerto. Un canto di sfida può diventare tradizione sportiva. Un inno nazionale può essere cantato in contesti pacifici e produrre commozione, ma resta spesso figlio di guerre, rivoluzioni, indipendenze, lotte per l’unità, contrapposizioni politiche e militari. Basta pensare all’Inno d’Italia, che nella sua parte più conosciuta viene ormai percepito come rito repubblicano, ma nasce dentro un immaginario apertamente combattente.

Il Canto degli Italiani non è una ninna nanna universalista. È un canto risorgimentale, nato in un clima di mobilitazione patriottica. L’Italia si mette idealmente l’elmo di Scipio, si stringe “a coorte”, si dichiara “pronta alla morte”. E nelle strofe meno cantate il tono diventa ancora più evidente: Legnano, Ferruccio, Balilla, i Vespri siciliani, le spade vendute, il sangue d’Italia, il sangue polacco, l’aquila d’Austria. È un lessico di riscatto, combattimento, memoria militare, oppressione e rivolta. Questo non toglie nulla alla forza civile dell’inno. Al contrario, la spiega. Gli inni nazionali sono spesso così potenti perché non nascono fuori dalla guerra, ma dentro la sua memoria.

Lo stesso accade nelle guerre moderne, dove la musica non sparisce affatto davanti alla violenza industriale, ma cambia funzione e scala. La Prima guerra mondiale ebbe i suoi canti patriottici, le sue canzoni di trincea, le sue melodie di reparto, le sue marce, i suoi inni del sacrificio e della resistenza. La guerra di massa aveva bisogno anche di una colonna sonora di massa, capace di accompagnare l’arruolamento, sostenere il fronte interno, dare un senso alla sofferenza dei soldati e trasformare una carneficina senza precedenti in racconto nazionale. Nelle trincee si cantava per tenere insieme il gruppo, per sopportare la paura, per riconoscersi in una sorte comune. Anche lì la musica non cancellava la guerra. La rendeva abitabile, almeno per qualche istante.

Nella Seconda guerra mondiale il rapporto diventa ancora più evidente, perché la radio porta la musica dentro la guerra totale. I regimi usano inni, marce, canzoni patriottiche, voci celebri e melodie popolari per mobilitare, incoraggiare, commuovere, disciplinare. La musica entra nelle case, nei cinegiornali, nelle trasmissioni per i soldati, nelle cerimonie pubbliche, nei momenti di lutto e di esaltazione. Può parlare di patria, nostalgia, vittoria, ritorno, sacrificio. Può accompagnare la propaganda e insieme il dolore privato. Ma proprio questa ambivalenza smentisce ancora Vasco Rossi: la musica non sta fuori dalla guerra. Sta dentro la sua macchina emotiva, dentro la sua capacità di produrre appartenenza, obbedienza, memoria.

E il legame non sparisce nemmeno nei tempi di pace. Sopravvive nello sport di squadra, che è una delle più forti metafore moderne della guerra. Non la guerra reale, naturalmente, ma una sua trasposizione rituale, regolata, civile. Gli sport collettivi conservano moltissime forme simboliche del conflitto: attacco, difesa, fronte, assedio, battaglia, trincea, capitano, strategia, campo, vittoria, sconfitta. Una squadra entra in campo come un gruppo che deve affrontare un altro gruppo. L’avversario non è un nemico da distruggere, ma viene trattato simbolicamente come tale. La regola impedisce alla violenza di diventare distruzione. Ma l’energia che circola è energia agonistica, identitaria, competitiva. È proprio per questo che lo sport appassiona: perché permette di vivere il conflitto senza precipitare nella guerra vera.

È qui che la musica torna a mostrare il suo rapporto profondo con la guerra anche quando le armi tacciono. Gli inni sportivi non producono genericamente pace. Producono intensità. Rafforzano il gruppo, caricano i giocatori, compattano la tifoseria, aumentano la pressione sull’avversario. I cori negli stadi sono una forma elementare e potentissima di identità tribale moderna. Possono essere ironici, meravigliosi, commoventi, creativi. Possono anche diventare aggressivi, ostili, intimidatori. In ogni caso non sono mai soltanto musica. Sono appartenenza sonora. Sono il modo in cui una folla si riconosce come corpo unico e si contrappone a un altro corpo collettivo.

Dentro questa logica si capisce anche la haka. Nella tradizione maori, la haka di guerra era canto, danza, ritmo e corpo messi insieme per caricare i guerrieri, mostrare forza, intimidire il nemico e preparare la comunità allo scontro. La haka peruperu appartiene precisamente a questo mondo: un rito di battaglia, costruito sulla potenza della voce, sulla tensione del corpo e sulla capacità del gruppo di presentarsi come un’unica forza davanti all’avversario. Il fatto che oggi sia anche cerimonia culturale e spettacolo sportivo non cancella la sua radice guerriera. La rende, semmai, ancora più significativa dentro uno sport come il rugby, dove il contatto fisico, la disciplina collettiva e la sfida frontale sono parte essenziale del gioco.

La haka degli All Blacks funziona perché entra esattamente nella grammatica dello sport di squadra come metafora della guerra. Non è una semplice coreografia prima del fischio d’inizio. È una dichiarazione di presenza. È un gruppo che si compatta davanti a un altro gruppo. È un modo per dire: noi siamo qui, siamo insieme, siamo pronti allo scontro. Anche quando diventa spettacolo globale, resta leggibile come rito di sfida. Il corpo si tende, la voce si alza, il ritmo diventa minaccia simbolica, l’identità si fa gesto. Anche qui la musica non abolisce il conflitto. Lo sublima.

Per questo la frase “dove c’è musica non c’è guerra” è così fragile. Basta ascoltare una marcia militare, rileggere un inno nazionale, pensare alle canzoni della Prima e della Seconda guerra mondiale, osservare un torneo medievale, entrare in uno stadio, guardare una haka prima di una partita, ripensare alle fanfare imperiali e ai tamburi degli eserciti, per capire che la musica non sta fuori dal conflitto. Ci sta dentro da sempre. A volte lo addolcisce. A volte lo ordina. A volte lo celebra. A volte lo trasforma in memoria. A volte lo rende spettacolo. Ma non lo elimina.

La verità è più scomoda e più interessante: la musica amplifica ciò che una comunità porta già dentro di sé. Se una comunità è in festa, la musica rende più forte la festa. Se è in lutto, dà forma al dolore. Se è in guerra, può dare ritmo alla guerra. Se è in competizione, può trasformare la competizione in rito. Se è una folla sportiva, può farle sentire la potenza del “noi”. Non c’è nulla di automaticamente pacifico nel cantare insieme. Anche gli eserciti cantano insieme. Anche le tifoserie ostili cantano insieme. Anche i popoli in marcia cantano insieme.

La forza della musica non sta nella sua bontà naturale, ma nella sua capacità di prendere emozioni sparse e trasformarle in energia comune. È questo che la rende meravigliosa e pericolosa. È questo che la lega alla guerra molto più profondamente di quanto la retorica da palco voglia ammettere. Vasco Rossi può dire che la musica è contro la guerra. Ma la storia risponde che la musica è stata anche disciplina della violenza, estetica della forza, rito del combattimento, memoria della vittoria, grido dello stadio, marcia dell’esercito. Dove c’è musica non è detto che non ci sia guerra. Molto più spesso, nella storia degli uomini, c’è qualcosa che le assomiglia abbastanza da costringerci a non raccontarci favole.

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