
Il caso Erri De Luca rischia di trasformarsi in uno dei più significativi cortocircuiti culturali italiani degli ultimi anni. Lo scrittore napoletano, inizialmente incaricato di tenere la prolusione inaugurale di Salerno Letteratura 2026, è stato infatti escluso dall’apertura della manifestazione dopo le polemiche suscitate dalle sue dichiarazioni sul conflitto israelo-palestinese.
La decisione della direzione artistica ha immediatamente acceso il dibattito. Non tanto per le posizioni espresse da De Luca, condivisibili o meno, quanto per una questione più ampia: può un festival letterario selezionare o escludere un autore in base alle sue opinioni politiche?
La vicenda nasce da alcune dichiarazioni rilasciate da Erri De Luca durante un incontro a Gerusalemme. Lo scrittore aveva contestato l’utilizzo del termine “genocidio” per descrivere le operazioni militari israeliane a Gaza. «So benissimo cosa sia un genocidio. Applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale», aveva affermato.
Nello stesso intervento si era inoltre definito sionista, precisando però il significato attribuito a quella parola: non un sostegno alle politiche dell’attuale governo israeliano, ma il riconoscimento del diritto del popolo ebraico ad avere uno Stato nazionale.
Parole che hanno provocato reazioni molto forti in una parte dell’opinione pubblica e del mondo culturale italiano, soprattutto in un momento in cui le immagini provenienti da Gaza continuano a suscitare indignazione internazionale. A quel punto la direzione artistica di Salerno Letteratura ha deciso di ritirare a De Luca il compito di aprire la manifestazione.
Il direttore artistico Gennaro Carillo ha respinto le accuse di censura, spiegando che la prolusione inaugurale non rappresenta un semplice intervento tra tanti, ma un momento che contribuisce a definire l’identità culturale della rassegna.
Secondo Carillo, chi inaugura il festival dovrebbe condividere almeno alcuni presupposti fondamentali con gli organizzatori, in particolare rispetto a quella che ha definito «la più tragica delle evidenze», ovvero le vittime civili palestinesi.
A De Luca sarebbe stato comunque offerto uno spazio all’interno del programma, ma lo scrittore avrebbe deciso di rinunciare dopo essere stato escluso dall’intervento inaugurale.
Si può essere in totale disaccordo con Erri De Luca. Si può ritenere sbagliata la sua lettura del termine genocidio. Si può criticare la sua interpretazione del sionismo. Fa parte del normale confronto democratico.
Il problema, però, è un altro. La cultura dovrebbe essere il luogo in cui le idee si confrontano, non quello in cui vengono selezionate in base alla loro conformità a una linea dominante. Quando un festival letterario inizia a valutare la compatibilità ideologica di uno scrittore rispetto all’evento che organizza, il rischio è quello di spostare il dibattito dal merito delle opinioni alla loro legittimità.
Ed è un passaggio molto delicato. Perché oggi può riguardare una posizione considerata troppo favorevole a Israele. Domani potrebbe riguardare un’opinione giudicata troppo critica verso Israele, troppo atlantista, troppo pacifista o troppo radicale. La vicenda evidenzia una contraddizione sempre più evidente nel mondo culturale occidentale.
Da una parte si rivendica il pluralismo delle idee e la libertà di espressione. Dall’altra cresce la tendenza a considerare alcune posizioni come incompatibili con determinati spazi pubblici.
Non si tratta di difendere automaticamente ciò che ha detto De Luca. Si tratta di difendere il principio secondo cui uno scrittore dovrebbe essere giudicato per ciò che scrive e per la qualità del suo pensiero, non per l’allineamento alle convinzioni prevalenti in un determinato contesto.
Erri De Luca non è un autore marginale né una figura improvvisata. È uno degli scrittori italiani più importanti degli ultimi decenni, da sempre associato a sensibilità progressiste e spesso vicino alle cause dei più deboli. Il fatto che proprio lui si ritrovi al centro di una controversia di questo tipo rende il caso ancora più significativo.
La direzione del festival ha pieno diritto di decidere chi debba aprire una manifestazione culturale. Nessuno mette in discussione questa libertà. Resta però una domanda difficile da ignorare: un festival letterario deve rappresentare una comunità di idee oppure una comunità di confronto?
Se la risposta è la prima, la scelta di Salerno Letteratura appare coerente. Se la risposta è la seconda, allora l’esclusione di Erri De Luca rischia di apparire come un’occasione mancata. Perché la cultura cresce attraverso il dissenso, non attraverso l’uniformità. E proprio nei momenti più divisivi della storia dovrebbe trovare il coraggio di ospitare anche le voci che mettono in discussione le convinzioni dominanti, senza per questo essere considerate nemiche o indesiderate.


