
Ci sono notizie che ti restano addosso. Non solo per quello che raccontano, ma per come lo fanno: con dettagli piccoli, quotidiani, e proprio per questo devastanti. La storia di Beatrice, due anni, trovata morta a Bordighera il 9 febbraio, è una di quelle.
Perché questa volta a colpire non sono soltanto le ipotesi degli inquirenti. A far gelare il sangue è la voce delle sorelle più grandi: parole e immagini riferite “come se niente fosse”, ma che negli atti diventano un elemento centrale e, per chi indaga, anche agghiacciante.
Quando a parlare sono i bambini
L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Imperia, prova a ricostruire cosa accadeva davvero tra quelle mura. Un quadro pesantissimo, fatto di violenze, trascuratezza e isolamento. Non solo verso Bea, ma anche verso le altre due sorelle, oggi considerate decisive per mettere in fila i fatti.
La madre, Emanuela Aiello, e il compagno Emanuel Iannuzzi sono accusati di maltrattamenti ai danni di tutte e tre le bambine. Nell’ordinanza emergerebbero racconti di schiaffi, punizioni, segregazioni in camera e l’obbligo, per le più grandi, di occuparsi delle faccende domestiche. Un contesto che, secondo il gip, avrebbe lasciato nelle due minori un turbamento psicologico profondo.

La sera del 7 febbraio e i dettagli che pesano
Tra i passaggi più delicati c’è la ricostruzione della sera del 7 febbraio. Beatrice, secondo quanto riportato, sarebbe apparsa già sofferente, con un livido evidente tra la mascella e il collo. Un segnale che avrebbe dovuto far scattare l’allarme, ma che invece si sarebbe perso nel rumore di una serata che gli inquirenti descrivono come segnata da alcol e sostanze.
Nonostante le condizioni della bambina, Beatrice sarebbe stata lasciata alle cure delle sorelline mentre la madre, sempre secondo gli atti, era impegnata a cenare, bere e assumere stupefacenti insieme ad altri presenti. Un dettaglio dopo l’altro, si compone l’immagine di un abbandono totale. Agli atti, riferiscono le fonti investigative, ci sarebbe anche un video: nel filmato Iannuzzi avrebbe fatto fumare una sigaretta a Beatrice. Ed è qui che spunta l’elemento che aggiunge orrore all’orrore: secondo quanto emerso, quella sigaretta conterrebbe marijuana.

“Tieni Bea che non la lego”: la frase che resta
Per chi indaga, quel particolare non è solo un gesto insensato: diventa il simbolo di un clima in cui una bimba di due anni sarebbe stata trattata senza protezione e senza limiti. Un tassello che aggraverebbe ulteriormente la posizione degli indagati e la lettura complessiva di ciò che succedeva in famiglia.
Tra le frasi che restano impresse, c’è quella attribuita alla madre e riportata dalla sorellina: “Tieni Bea che non la lego”. Un racconto in cui compare anche un dettaglio inquietante: il corpicino della piccola sarebbe stato completamente avvolto in una coperta rossa, “dalla testa”, tanto che non si vedeva il viso.
Un ambiente isolato e il nodo dei soccorsi
La bambina avrebbe spostato la coperta e avrebbe visto i lividi sul volto della sorellina più piccola. Poi il riferimento a un’auto che andava veloce: “Mamma andava forte”. Parole che, per gli investigatori, aiuterebbero a fissare momenti e responsabilità, ma soprattutto restituiscono la misura del trauma vissuto dalle due minori.
Secondo l’accusa, le tre bambine avrebbero vissuto isolate, in condizioni di indigenza e in un contesto igienico degradato. Un ambiente descritto come insalubre, con un elemento che torna più volte: l’isolamento dal resto della famiglia e dal mondo esterno. Negli atti si legge che la madre avrebbe tenuto le figlie lontane anche per il timore che il nonno paterno potesse chiedere l’affido. E in questo quadro si inserirebbe anche la scelta di non portare Beatrice al pronto soccorso, nonostante i segni e la sofferenza che, secondo quanto ricostruito, erano già evidenti.
Le conseguenze e l’indagine che va avanti
Un passaggio colpisce più di tanti altri: le due sorelle di Beatrice, a quanto risulta, non avrebbero espresso il desiderio di tornare nell’abitazione di Bordighera. Avrebbero invece accettato con serenità il percorso di collocazione protetta disposto dal Tribunale per i Minorenni.
Per il gip, questo distacco sarebbe indicativo: non un capriccio, ma il segno di un ambiente diventato fonte di sofferenza insostenibile. Intanto le indagini proseguono, con l’attenzione puntata sui racconti delle bambine e sui riscontri tecnici raccolti dagli inquirenti.
La posizione del padre e la domanda che resta
Nel frattempo, sullo sfondo c’è anche la posizione del padre delle tre bambine, Maurizio Rao, detenuto a Sanremo per vicende non legate alla morte della figlia. Tramite il suo legale avrebbe fatto sapere di voler rivedere almeno le due figlie sopravvissute.
“Chi è responsabile deve pagare con pene esemplari”, avrebbe riferito all’avvocato. E mentre la giustizia prova a ricostruire ogni minuto, resta una domanda che brucia: com’è possibile che tutto questo sia andato avanti, giorno dopo giorno, senza che nessuno riuscisse a fermarlo in tempo?


