
La guerra torna a colpire il cuore simbolico della Russia proprio mentre l’Europa tenta di dimostrare di avere ancora un ruolo nella partita ucraina. I droni di Kiev sono arrivati fino alla regione di San Pietroburgo, costringendo la popolazione a restare in casa per ore e riaprendo una ferita psicologica che il Cremlino cerca da mesi di nascondere. Nelle stesse ore, a Londra, Keir Starmer, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Volodymyr Zelensky si preparano a un vertice che vuole mandare un messaggio doppio: a Vladimir Putin, che continua a escludere gli europei da ogni possibile trattativa, e a Donald Trump, sempre più distante dal dossier ucraino.
Il summit dei cosiddetti volenterosi, costruito attorno al formato E3 con Gran Bretagna, Francia e Germania, arriva in un passaggio delicatissimo. L’obiettivo politico è riaffermare che la guerra in Ucraina riguarda direttamente anche il Vecchio Continente e che nessun negoziato sul futuro di Kiev può essere condotto scavalcando l’Europa. Ma la domanda resta pesante: quanto conta davvero l’Europa, se Mosca non la riconosce come interlocutore e Washington appare distratta da altri fronti di crisi?
L’attacco nel cuore russo
Secondo la ricostruzione di Repubblica, contro la regione di San Pietroburgo sarebbero stati lanciati 86 droni, in un’operazione che ha provocato almeno quattro feriti e ha colpito una città appena uscita dal Forum economico annuale, vetrina internazionale del potere russo. Il raid assume così un valore non solo militare, ma anche simbolico: Kiev mostra di poter raggiungere obiettivi lontani circa mille chilometri dal proprio territorio, compresi arsenali della Marina e infrastrutture nell’area di Kronstadt. Per la popolazione russa è un nuovo salto di qualità nella percezione della guerra, non più confinata al fronte o alle regioni di confine.
Zelensky ha rivendicato il senso politico dell’azione, sostenendo che sia arrivato il momento di chiudere il conflitto ma che il leader russo voglia invece continuare a combattere. Per Putin, però, il messaggio non sembra modificare la linea del Cremlino. Mosca continua a respingere un confronto diretto con Zelensky e guarda con freddezza anche alle iniziative europee, salvo aprire canali con figure del passato come Gerhard Schröder. È proprio questa esclusione a rendere il vertice di Londra un passaggio insieme necessario e fragile.
Londra cerca un segnale europeo
Starmer, Macron e Merz arrivano al tavolo con l’urgenza di lasciare un segno prima dei prossimi appuntamenti internazionali, dal G7 al Consiglio europeo, fino al vertice Nato e alla riunione allargata dei Volenterosi prevista a Parigi il 14 luglio. Il calendario diplomatico è fitto, ma il tempo politico dei leader europei appare molto più incerto. Il premier britannico è sotto pressione interna, Macron guarda a un futuro francese attraversato dall’avanzata dell’estrema destra filorussa, mentre Merz deve fare i conti con una posizione ancora fragile a Berlino.
Il rischio, per gli europei, è che il vertice resti soprattutto un’immagine: foto ufficiali, dichiarazioni iniziali, nessuna vera conferenza stampa e pochi elementi concreti da opporre alla realtà del campo. Downing Street ha mantenuto il riserbo, mentre nelle diplomazie cresce il dubbio sulla sostanza dell’iniziativa. L’Europa vuole dimostrare di esserci, ma per farlo non basterà il formato E3. Servirà coinvolgere davvero l’Unione europea e trasformare la volontà politica in capacità strategica, militare e diplomatica.
La giornata di Londra diventa così un test più ampio del semplice sostegno a Kiev. Da una parte c’è una Russia che torna a conoscere la paura dentro i propri confini, dall’altra un’Europa che prova a non farsi ridurre a spettatrice del proprio destino. Il punto è capire se i Volenterosi sapranno diventare una forza politica reale o se resteranno l’ennesimo formato diplomatico nato per riempire un vuoto. Perché il messaggio è chiaro: senza un’Europa capace di contare, la guerra in Ucraina rischia di essere decisa altrove.
Attacco di drone russo ad un deposito nucleare
Un attacco con droni russi ha colpito nella notte l’edificio del Deposito centrale di combustibile nucleare esausto nella regione di Kiev, in Ucraina. A renderlo noto è stata Energoatom, la società statale ucraina che gestisce gli impianti nucleari del Paese.
Secondo quanto comunicato dall’azienda, l’impatto è avvenuto alle 02:10 ora locale. Il deposito interessato dall’attacco era però vuoto al momento dell’esplosione. L’incendio sviluppatosi dopo l’impatto è stato rapidamente contenuto e successivamente spento dalle squadre di emergenza.
Energoatom ha precisato che non si registrano feriti tra il personale della struttura e che i livelli di radiazione rilevati nell’area sono rimasti entro i limiti di sicurezza previsti, senza alcun aumento anomalo.
In una nota diffusa sui social, la società ucraina ha condannato duramente l’accaduto, sostenendo che l’attacco rappresenti un’ulteriore minaccia alla sicurezza nucleare e radiologica.
«Un altro attacco a un’infrastruttura nucleare ha mostrato ancora una volta al mondo il vero volto del regime del Cremlino, che crea deliberatamente minacce alla sicurezza nucleare e radiologica», ha dichiarato Energoatom, accusando la Russia di ignorare il diritto internazionale e di mettere a rischio la sicurezza di milioni di persone.


